Avevo sei anni quando nel maggio del 1964 segnò il primo gol nella finale contro il Real Madrid. Io vivevo a Tutino, che sembrava ancora una cosa diversa da Tricase (nei primi anni ’60 ogni frazione, quartiere, rione conservavano ancora la conformazione del secondo dopoguerra). C’erano in tutto il borgo tre televisori, di cui uno all’interno della sezione della Democrazia Cristiana, quella sede staccata che rappresentava il dopolavoro e al contempo il controllo politico. Ero lì in prima fila, piccolo piccolo, forse unico ragazzo a seguire quella partita. Non capivo granché, ricordo le strisce bianche del cerchio del centrocampo e cercavo di interpretarne il senso mentre la voce di Niccolò Carosio gracchiava da un televisore che spesso necessitava di forti scossoni maneschi per essere incoraggiato a continuare. Sentii gridare gool, gool di Mazzolino. Molti spettatori della sezione DC urlarono, sentii distintamente qualcuno dire: ma sto ragazzo è proprio forte.
Da quella serata divenni, all’inizio inconsapevolmente, mazzoliano. Poi nel 1966, già tifoso, vidi Sandro Mazzola segnare contro il Vasas di Budapest, sempre all’interno di quella sezione piena di fumo, di puzze di ogni genere e di carte da tressette. L’Inter come al solito faceva catenaccio dentro la propria area, gli ungheresi erano forti. Sandrino recuperò palla, saltò in dribbling quattro o cinque avversari partendo da lontano, poi quando stava per tirare rinvenne un avversario e non tirò subito in porta, danzò con la palla all’interno dell’area piccola per qualche interminabile secondo. Tutti gridavano tira, tira, mentre io mi godevo per intero lo spettacolo, aspettavo il suo gol che dopo l’ennesima finta immancabilmente arrivò, depositando la palla in rete di sinistro. Poi segnò anche un secondo gol quella sera con un delizioso pallonetto da fuori area.
Quello fu il momento in cui io a otto anni decisi di diventare Sandro Mazzola, non semplicemente un calciatore, ma proprio uno come lui. Mi allenavo da solo vicino al muro calciando di destro e di sinistro, imitando la voce di Carosio mentre stava per concludere in rete, con mia nonna che mi rimproverava per smozzarle i gerani ma mi lasciava fare.
Per lunghi anni ho frequentato il calcio. Da giovanissimo, per tutta trafila delle Giovanili, gli amici mi chiamavano Mazzola, anche se ben presto capii che non ce l’avrei fatta a passare dal cortile di Tutino allo stadio di San Siro. La consapevolezza dei propri limiti serve a crescere, anche se una parte infantile rimane per sempre impressa nel nostro DNA.
Stamattina, 19 settembre 2026 ho appreso dal primo telegiornale che Sandro Mazzola è scomparso all’età di 83 anni. Lo seguivo attraverso alcuni Fan Club e sapevo che aveva una grave malattia, camminava ormai con difficoltà e non poteva più esprimere quell’arguzia che poi dimostrò anche come dirigente dell’Inter e come commentatore televisivo. Non si può vivere in eterno, se non nei ricordi, nei sogni infantili. Quando nel 2000 uscì il mio libro che raccoglieva alcuni miei scritti dal titolo “A volte bisogna scrivere” non poteva mancare un omaggio a lui: era una poesia che avevo scritto nel 1997. Dopo la pubblicazione del libro recuperai il suo indirizzo e glielo inviai. Dopo qualche mese arrivò una lettera con un semplice “Grazie. Sandro Mazzola”.
19 settembre 2026 FB
Alfredo De Giuseppe
Caro Mazzola
Caro Mazzola Sandro, classe 1942,
ti vedo in tv rispondere pigramente
ad un inutile intervistatore
e vedo (e come se vedo)
il tuo baffo sempre più incerto.
Ti scrissi che avevo sei anni
e volevo la tua maglietta (il merchandising non esisteva),
non mi hai mai risposto
e mio padre per anni
mi ha ripetuto
che ricevevi troppe lettere.
Per anni ho continuato a giocare
da solo
contro il muro,
e mi raccontavo, con l’incidere del radiocronista,
intere partite,
lunghe un pomeriggio,
in cui io ero Mazzola e il muro la porta.
Il muro era piccolo
ed io divenni sempre più preciso,
fino ad essere chiamato Mazzola.
Ti studiavo
in ogni movimento, scatto, dribbling, leggera gobba,
ti vedevo
allegro, gentile, veloce, intelligente
e quando sarei potuto diventare un calciatore vero
io non ci credetti più,
non ero al tuo livello,
troppo conscio dei miei limiti.
Il paragone con quel nome
ha distrutto un buon centrocampista.
Ora tu fai un quasi niente
in una mega squadra
e mi sembri molto triste,
come tutti gli intelligenti
che da grandi non hanno capito cosa fare.
Ma io innamorato
di quel pallone sul muro,
sono comparso solo due volte sul giornale,
non accetto il tuo baffo smorto,
e per ricominciare da grande,
aspetto ancora
la tua maglietta.