2021-02-07 "Il Faro di Leuca: tante storie da raccontare" - 39° Parallelo

 

 

Dopo vari tentativi, il permesso di visita arriva via mail. In una giornata fredda e tempestosa di gennaio, una di quelle in cui il vento da est si carica del gelo dei Balcani e piomba sul Salento senza ostacoli, mescolandosi alla salsedine incombente, creando una sensazione di freddo globale che investe ogni edificio, ogni costruzione umana. E sono qui, alla fine della terra italica, “Qui dove il mare luccica e tira forte il vento”. Sono dentro il faro di Leuca, avamposto della Marina Militare, dove vige naturalmente un rigido regolamento e dove si susseguono turni di guardia e operazioni protocollari.

E così la mia curiosità fanciullesca viene soddisfatta parlando con Antonio Maggio, uno dei tre fanalisti, l’attuale guardiano del faro, colui che letteralmente vive nel caseggiato, insieme alla sua famiglia. Antonio Maggio è un romantico, come si conviene ad ogni guardiano del faro, ma ci tiene a precisare che questo termine oggi non si usa più, la sua mansione è: Assistente Tecnico Nautico. Lui, si vede, odia il burocratese, ma si adegua, perché in ogni caso essere il Guardiano del Faro di Leuca lo riempie d’orgoglio. Conosce perfettamente la storia del faro, in tutte le sue dinamiche sia murarie che elettriche. Ricorda perfettamente i suoi predecessori, quanto gli hanno insegnato, quanto anche loro amassero quel posto. Prima di lui Anelli, Cassiano, poi Ferrari (il più longevo dal 1971 al 1996) e infine Mastria e Lombardo, i fanalisti più recenti che comunque vivevano il faro come un oggetto sacro, importante, una vedetta sul mare, una delle porte dell’Adriatico.

La prima idea del faro di Leuca pare sia venuta nel 1841 a un tal Cavalier Virginio Bourbon che, in qualità di benefattore del Santuario, desiderava finanziare sullo stesso promontorio un faro che fosse visibile ai tanti pellegrini che di notte raggiungevano il Santuario e allo stesso tempo utile ai naviganti. Per vent’anni non se ne parlò più, fino al 1861, quando su diretto interesse di Liborio Romano (e poi di tutti gli altri deputati salentini del primo Parlamento del Regno d’Italia) fu individuato lo stesso sito di vent’anni prima e infine iniziato a costruire nel 1863 a cura del Corpo Reale del Genio Civile. Sostituì in sostanza la cadente torre anticorsara fatta costruire da Carlo V, che sorgeva proprio in direzione di Punta Meliso, considerata la parte più estrema d’Italia, quella con la punta rivolta a oriente, la fine dei “cives”, i cittadini. Oltre quel mare, per i Romani, c’erano i “provinciales”, gli abitanti delle terre conquistate.

La progettazione fu affidata all’ing. Achille Rossi (1830-1902), il quale grazie a quell’opera magnifica, divenne poi professionista di fiducia dei nobili del Salento che, fra il 1868 e il 1882, vollero costruire case particolari sul lungomare di Leuca. In un saggio di Ciro Robotti si legge: “Achille Rossi, di origine irpina, si laureò nel 1856 presso la Scuola di Acque e Strade di Napoli – istituzione fondata nel 1810 – che con Reale Decreto del 30 luglio 1863 divenne Scuola di Applicazione per gli ingegneri. Della sua intensa attività in Terra d'Otranto, oltre al Faro sul promontorio del Santuario, sono da segnalare almeno i progetti delle ville della Marina di Leuca: villa Daniele (1880) per Francesco Daniele da Gagliano; villa Episcopo (1881) per Pasquale Episcopo da Poggiardo e villa Colosso (1881) per Giovanni Rovito da Ugento. Com'era peraltro nell'intento della maggior parte dei progettisti dell'epoca, le tre fabbriche presentano caratteristiche diverse: nella prima prevalgono gli stilemi moreschi, nella seconda sono presenti elementi esotici ripresi da modelli cinesi, nella terza il disegno riprende le linee dell'architettura neoclassica”.

Il primo a scrivere con precisione del Faro di Leuca fu lo storico di Presicce, Giacomo Arditi (1815-1891) che così lo descrive nella Corografia Fisica e Storica della Provincia di Terra d’Otranto (1879): “Un faro di scoverta (del 6 settembre 1866) di primo ordine, alto 47 metri, 102 sul mare, avente 61 chilometri di portata ottica, con macchina a luce fissa variata a splendori di 30 in 30 secondi, costruita in Parigi dalla Casa Barbier e Fenestre” . E ancora prima, nel 1875, nel libricino  Leuca Salentina : “Sopra una base rettangolare, che ha 18 vani in due piani, sorge a mezzogiorno la torre del faro, di forma tronco-piramidale a base ottagona... Dal piano alla cima si frappongono 248 gradini...l'edificio e la torre dicesi che costasse Lire 70.000 e la lanterna, macchina, apparecchio lenticolare e fornitura importarono la spesa di Lire 60.000 compresa l'istallazione”.

La costruzione fu eseguita dalla ditta Perrone, che non lesinò nell’uso del carparo locale e nella precisione dei piezzotti, che formano una muraglia ottagonale di oltre 2 metri di spessore, che rendono l’edificio robusto, sicuro e bellissimo, nel suo lucente bianco leucano. Nel 2011 l’ultimo restauro esterno, eseguito dall’impresa Nicolì di Lequile.  

Solo nel 1937 l'alimentazione del faro, che fino a quel momento era a petrolio, fu trasformata a energia elettrica, mentre la lanterna originale fu sostituita più volte e nel 1941 e nel 1954 insieme all’apparato rotatorio. Emette tre fasci di luce che, in particolari condizioni meteorologiche, sono visibili a oltre 40 km.  La lanterna, del diametro di 3 mt che poggia su una torre ottagonale e su un edificio a 2 piani, è dotata di 16 lenti, di cui 6 libere e 10 oscurate,  che proiettano fasci di luce bianca visibili sia nell’entroterra che sul mare, a cui si alternano fasci di luce rossa che segnalano ai naviganti le pericolose secche del mare di Ugento. Dal 1940 il radiofaro ha fornito anche un servizio internazionale emanando con atmosfera chiara un segnale ogni 4 ore e con tempo nebbioso ogni 4 minuti. All’interno della struttura ci sono 4 alloggi di cui 3 sono utilizzati dai fanalisti ed uno è adibito a camera di ispezione, sala motori e sala radiofaro. Ci sono poi altri 3 fabbricati destinati a vari servizi.

Antonio Maggio di Castrignano del Capo ha iniziato il suo lavoro presso il Faro di Leuca nel 1997. E’ ancora giovanile e soprattutto magro: sale con scioltezza quei faticosi gradini a chiocciola che lo portano alla gabbia dell'apparato di proiezione. Infine  siamo nel suo appartamento, quasi ci si dimentica di essere all’interno di un faro, tutto è normale, anche il camino, il divano e il tavolo da biliardo. Antonio racconta delle notti di tempesta, che lui vive come “musica del mare”, le notti in cui bisogna essere certi che il faro funzioni perfettamente, che non ci siano guasti. Ricorda quando fino a qualche anno fa c’era un’enorme sirena che segnalava il guasto di una lampadina, mentre oggi è il suo telefonino a segnalare ritardi e guasti. Lui ha un po’ di nostalgia, anche di ciò che ha sentito, di quel faro antico, quasi a manovella, quelle notti in cui almeno fino al 1937 ogni due ore bisognava dare la corda, come a un carillon. Conosce bene Corfù e le montagne albanesi, perché quando il cielo è limpido da lassù sembra di toccarle. Antonio conosce soprattutto le storie, le vite dei suoi predecessori, alcuni eroici guardiani del faro, che vivevano lontani da tutto e da ogni cosa: i figli avevano difficoltà ad andare a scuola, la spesa di prima necessità si faceva ad Alessano, la vita era complicata dentro un teatro di pura poesia. Antonio conosce la storia dell’affondamento dell’incrociatore corazzato Léon Gambetta della Marine Nationale francese, attivo durante la prima guerra mondiale e affondato il 27 aprile 1915 dal sommergibile austro-ungarico U-5 a sud di Santa Maria di Leuca. Morirono 684 membri dell’equipaggio, mentre i 27 superstiti ricevettero i primi soccorsi dall’allora fanalista Sarti, che non esitò a ospitarli all’interno del faro.

Mentre racconta, mentre cerca di farci capire appieno quel tipo di esperienza, il suo collega più giovane lo osserva con  attenzione, come se sentisse per la prima volta quei racconti. Forse un giorno lo sostituirà: queste sono le migliori occasioni di apprendistato, di percepire il sentimento di un lavoro atipico, di una visione alternativa della realtà quotidiana. Non c’è sempre l’animo pronto a compenetrarsi in quel mare dai colori cangianti, non c’è sempre la voglia di apprezzare quel siluro bianco posto sull’ultimo tratto della costa salentina, non c’è sempre lo stupore del lirismo naturale perché la quotidianità ha i suoi doveri. Ma vivere quell’esperienza significa essere comunque un privilegiato e questo Antonio Maggio lo sa. E noi amiamo sapere che c’è un faro in fondo alla nostra terra che veglia su di noi. Ogni santa notte.

Alfredo De Giuseppe

 

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