2014-04 "Siamo arrivati fin qui" - 39° Parallelo

Perché siamo arrivati fin qui? Perché siamo diventati poveri e siamo governati così male? Provo a mettere giù delle risposte in pillole, per quanto in politica sia complesso sintetizzare. Partiamo da lontano: nel 1960 costruire l’Autostrada del Sole fra Roma e Milano fu un’impresa ardua, ma si realizzò velocemente, con maestranze e ingegnerie italiane, brave e poco costose (il costo per Km era la metà della Germania). Eravamo nella pienezza del miracolo italiano, che poi era un impasto di brava gente, tasse leggere, voglia di crescere, l’apertura verso nuovi diritti civili, la vera liberazione dal catto-fascismo dominante dell’ultimo secolo, seppure sotto l’egida del partito democristiano. Quando agli inizi degli anni ’70 stava per completarsi quel lungo ciclo di liberazione e l’Italia stava per diventare una democrazia compiuta, ecco arrivare le Stragi di Stato e il conseguente terrorismo di sinistra e di destra. Tutti i cambiamenti si avvitarono su loro stessi con il solo risultato di uno Stato più forte, più invasivo, con la moltiplicazione di enti e cariche. La stessa classe politica che aveva vinto la povertà del dopoguerra capì che il consenso passava attraverso la gestione del denaro e di una costante collusione con la mafia che ha anche la forza di mantenerti al potere. Negli anni ’80 il consociativismo fra destra e sinistra, saldato dal socialismo di Craxi, divenne sinonimo di affari internazionali, corruttela generalizzata, spreco del pubblico denaro, spoliazione del territorio. La nascita e il consolidamento delle Regioni aumentò il debito pubblico, moltiplicò la confusione, per cui la burocrazia divenne corpo contundente contro ogni vera liberalizzazione, contro ogni singolo cittadino. Ed ecco, come estremo rimedio, il formarsi continuo di caste, quella dei politici innanzitutto (ci mangiano e ci bevono all’incirca un milione di italiani), ma anche quella dei manager di Stato, dei giudici, dei giornalisti, dei farmacisti, degli avvocati e così via. Agli inizi degli anni ’90 la situazione è così compromessa, così vicina all’immagine “ultimi giorni di Pompei”, che basta una piccola inchiesta di Milano sulle tangenti intorno ad  un ospizio, per far cadere un’intera classe politica. Nel tripudio generale il popolo pare dire basta, pare capire che quel sistema era il baratro della civiltà. Ma non è così: si presenta alle elezioni il più controverso fra gli imprenditori italiani (frequenze tv gratis da Craxi, soldi freschi da inconfessabili amici), preannuncia un nuovo miracolo italiano, vince le elezioni e condiziona la vita di tutti noi per oltre vent’anni, e ancora continua…

Il popolo, vittima di un gigantesco gioco degli specchi con televisioni asservite ad un unico padrone, non è cresciuto, è ancora voglioso dell’uomo solo al comando. Meglio se uomo mediocre, che impersona il gusto comune, l’invidia comune (soldi, case, donne). In questi venti anni, mentre l’uomo comune Berlusconi ci sprofondava in un abisso di ignoranza, una sinistra che non riusciva più a capire la società, non era in grado di legiferare quando per puro caso riusciva a vincere, presa da battaglie interne, a volte incomprensibili, quasi mai portatrice di nuove istanze, ma neanche delle vecchie. Nessun nuovo pensiero mentre il mondo cambiava, mentre la base economica si allargava a miliardi di persone, mentre la comunicazione  cambiava nell’era dei nuovi strumenti tecnologici. Incombeva intanto l’Euro che ci era propinato dagli Statisti come la panacea dei nostri mali, ma si erano dimenticati che senza una logica comune in termini di fisco, legislazioni civili e di organizzazione della politica, la nuova moneta era un cappio per le economie più deboli. Per non dire degli anni di leghismo becero che hanno distrutto quel poco di coesione nazionale a fatica ricercata, con slogan di chiusura e di paura, idee e slogan che hanno reso l’Italia la meno appetibile fra le nazioni europee.

E così arriviamo dove siamo ora, deboli, confusi, poveri e ignoranti. In questa realtà nasce l’epopea di Grillo, che senza mezzi termini dice “dovete andare tutti a casa, siete tutti colpevoli, ricominciamo daccapo”. Milioni di persone corrono a votarlo, la speranza di vedere all’opera dei ragazzi onesti è forte, la situazione potrebbe finalmente avere un’evoluzione significativa. Ma ancora una volta che succede? L’egocentrismo di una o due persone impedisce la nascita di un vero governo di cambiamento, consegnando un intero popolo alle “larghe intese” e vagheggiando una vittoria al 51% dei voti, che darebbe, quella si, finalmente la vera governabilità. Però nel frattempo dal suo blog piovono post come veleno: i giornalisti sono tutti uguali, mettendo sullo stesso piano Sergio Rizzo e Alessandro Sallusti, oppure Travaglio e Belpietro, creando liste di cattivi da sputacchiare ogni giorno, ad iniziare dal Presidente della Repubblica. In questa logica Bersani è uguale a Berlusconi, pur apparendo evidente che non è così, per mille diversi motivi (e lo dice uno che non ha votato nessuno dei due). La democrazia del web è buona solo quando conviene, perché nel web c’è di tutto e non è facile distinguere ma molto semplice manipolare.

Nel tentativo di esaltare solo se stesso non rimane più niente, tutto è negativo, e quindi bisogna ricominciare.  E infatti eccoci pronti ad accogliere nuovi santoni, nuovi dei, nuovi sogni di felicità indotta artificialmente.

Una classe politica stracciona ha fatto finire la democrazia rappresentativa, ha delegittimato la delega parlamentare. L’ultima fase della DC è stata deteriore, il ventennio berlusconiano ha creato un Paese da avanspettacolo, gli attuali nominati sembrano marionette disarticolate. Siamo arrivati fin qui, nel profondo abisso dell’economia, ma anche del raziocinio e della bellezza.

Abbiamo una piccola speranza: la bella gente di ogni singola comunità che riesca ad unirsi per cambiare, per sopravvivere, per dare un nuovo senso alla vita civile, senza idoli e bugie di Stato.

39° Parallelo - Aprile 2014

Alfredo De Giuseppe

 

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