Mercoledì 20 Settembre 2017
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La mia colonna del 9 settembre 2017 Stampa E-mail
Articoli - La mia colonna

Durante quest’estate, rovistando e risistemando, fra le mie tante scartoffie è venuta fuori una cartella un po’ ingiallita dal titolo “Lista verde per Tricase”. Mi sono riletto gli appunti, i discorsi, le provocazioni di quella che ufficialmente fu la prima lista presentata in Italia alle amministrative con il nome “Verde” (e con la mela sforacchiata dal bruco). Era il 1983: i Verdi come partito non esistevano ancora, gli ambientalisti erano tutti dentro la nicchia del WWF, le valutazioni dell’abusivismo sul territorio erano molto sfumate all’interno di tutti i partiti. In paesi come Tricase, la DC utilizzava il territorio come scambio elettorale, il PCI lo considerava problema secondario rispetto a quelli del lavoro e delle uguaglianze sociali, il PSI aveva una maggiore sensibilità ma era perso dietro i giochi di coalizioni, ora al centro, ora a sinistra. Insomma l’ambiente non è stato mai vissuto come priorità, lo stupro del nostro bellissimo e variopinto territorio mai notato da nessuno, tutti ciechi e sordi davanti a quei pochi che osavano fare una foto, scrivere un articolo, formare un piccolo movimento di contrasto all’evidente illegalità. In quelle carte ingiallite c’erano già tutte le denunce del caso, c’erano già ben chiare responsabilità politiche, amministrative, di tecnici e costruttori, dei grandi proprietari e dei piccoli elettori (sempre pronti a protestare solo sotto il proprio giardino). Era il 1983, tutti dicevano che era necessario il Piano Regolatore, tutti dicevano che il Porto andava ripensato nella sua struttura viaria e turistica, che il Rione Puzzu andava riqualificato, che il centro storico meritava un’altra attenzione, che le frazioni dovevano integrarsi col centro, tutti sapevano che non avrebbero fatto nulla. Da allora il PUG non è ancora pronto neanche per darci uno sguardo, si son portate a temine decine e decine di lottizzazioni molto discutibili, le strade per il Porto e la Serra sono piene di case, casette, muri e garage, alla faccia dell’inedificabilità totale. Limiti e vincoli aggirati con pochi spiccioli di dichiarazioni e giuramenti, mentre servizi, strade, illuminazione rimangono a carico della comunità nel suo complesso, che infatti non funziona in nessuna sua diramazione. Molte cose son successe da quel 1983 (compreso una bella canzone di Lucio Dalla), ma la sensibilità verso alcuni problemi si è spostata di pochi gradi. Rileggevo e pensavo durante questa estate 2017, una stagione che ha visto crolli importanti a Ischia per una media scossa di terremoto, che ha visto il centro Italia ancora immerso nelle macerie del terremoto dell’anno precedente, che soprattutto ha visto sindaci e amministratori affrettarsi a dire che l’abusivismo (poi risanato) non c’entra nulla. Con l’unica eccezione del sindaco di Licata che è stato sfiduciato perché voleva davvero abbattere qualche immobile abusivo (e non sapeva che erano tutti abusivi anche i suoi consiglieri). La nostra mafia per tradizione è più silenziosa e meno violenta: ad esempio la costruzione cadente, l’ecomostro posto proprio sul Porto di Tricase ha meritato solo ora, dopo 40 anni di degrado, l’attenzione dell’attuale Amministrazione (un’ordinanza di messa in sicurezza ai proprietari). Perché qui non si è sparato, è bastato non fare nulla per decenni, per evitare anche confronti in pubblico, in consiglio comunale o in tribunale. Però ora la sensibilità ambientale sta crescendo: la lista Verde prese allora 149 voti, circa l’1,5% dei votanti, oggi sarebbe vicina al 2 per cento. Probabilmente.

alfredo - il Volantino

 

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