Mercoledì 20 Settembre 2017
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Tenere insieme diritti acquisiti e nuove esigenze sociali, l’immigrazione e la globalizzazione, le culture autoctone e la visione robotizzata, l’industria pesante e la green economy. Tutte sfide complesse, difficili nella loro interconnessione. Difficili anche da interpretare, prima fra di esse stesse e poi nelle relazioni internazionali, con Stati sovrani sempre meno autonomi e Stati mandati in frantumi da guerre e genocidi. Per un partito o un premier al governo in un qualsiasi Paese, specie occidentale, in questo particolare momento storico non è semplice prendere decisioni, aprire a nuove concezioni di governo, immaginare soluzioni rapide, efficienti e soprattutto condivise da larghi strati della popolazione. Non vi sono certezze, non ci sono più le coriacee divisioni della guerra fredda che avevano tenuto il mondo bloccato per oltre 50 anni. Ora è un gioco di tutti contro tutti, senza esclusioni di colpi, senza ricordare vecchie amicizie e vecchi rancori, ma rincorrendo solo nuovi interessi. Sindaci a capo di piccole comunità che rifiutano l’accoglienza di pochi immigrati, seppur nel recinto di un albergo, e altri che rifiutano il turismo mordi e fuggi dei bus dei pensionati di città (perché il territorio ha come unico scopo lo sfruttamento economico). Immaginiamo alle sue estreme conseguenze la vagheggiata società liquida che difende strenuamente il proprio particolare: sette, dieci miliardi di persone, un formicaio di visioni e pretese, una guerra di tutti contro tutti, prima all’interno della propria tribù, poi all’esterno e infine in completa rotta con la natura e l’armonia del vivere. Non più, non solo la ricerca del piacere personale staccato dalle vicende socio-politiche, ma una società ingovernabile, terribilmente aggressiva, popolata da individui sempre più dipendenti dall’elettronica di consumo, ma sempre meno disponibili ad approfondire idee e nuove soluzioni. Uno scenario alquanto pessimista, ma non lontano dalle previsioni dei prossimi decenni.

Ed ecco perché capire la politica, tentare di guidare alcuni processi può aiutare a modificare le conclusioni catastrofiche verso cui ci stiamo avviando. Ed ecco perché per noi italiani guardare, osservare e studiare uno come Renzi e capire dove sta andando il più forte movimento di centro-sinistra può avere un senso. Lui ha disperatamente tentato di tenere insieme l’italiano di Berlusconi e quello di Veltroni, ha abboccato ad alcuni slogan grillini ed ha cercato di contenere la contestazione dei leghisti, facendo spesso dei fritti misti assolutamente indigeribili. La politica che invece guarda a quel futuro così incerto dovrebbe tentare di dare degli indirizzi più forti e duraturi e non aumentare la confusione con la ricerca del consenso generalizzato, superficiale, lieve. L’unica ricetta possibile è tentare di unire interessi più grandi di quelli del singolo Comune e del singolo Stato attraverso una consapevolezza culturale (e direi anche spirituale) della vita sul pianeta che cambia, si trasforma, si evolve anche in relazione alle azioni di ogni singolo individuo. In questa direzione sarebbe auspicabile una vera idea europeista da affrontare con gli Stati che hanno una forte vocazione unitaria, lasciando fuori gli indecisi e i contrari (la Brexit ha dimostrato che un po’ di chiarezza farebbe bene a tutti).

In alternativa l’Italia potrebbe iniziare a porsi da subito a capo di una serie di Stati del Mediterraneo che a loro volta decidano di unire i loro destini su una piattaforma socio-economica che abbia come obiettivo l’apertura di un mercato unico e del libero trasferimento di merci e persone. Penso a un’unione con Grecia, Albania, Montenegro, Croazia, per poi provare con Tunisia, Algeria, Libia. In ogni caso abbiamo bisogno di lungimiranza e di utopie ancora possibili, sempre per tentare di fermare la deriva nazionalistica e personalistica, che in epoca di social network è decine di volte più deflagrante di ogni guerra precedente. Immaginiamo una Schengen Mediterranea, immaginiamo un’Italia che, finalmente libera da condizionamenti da guerra fredda, diventi punto di riferimento di un’altra Europa, quella dei Romani, del Mare Nostrum. L’Italia probabilmente in questo modo avrebbe più peso verso l’Europa del Nord e metterebbe a frutto tutta la sua posizione strategica. Una posizione non solo geografica ma anche e soprattutto culturale, dove il benessere si può coniugare alle radici storiche, alle bellezze artistiche e naturali e allo scambio con le culture più vicine. Un bel progetto, ambizioso ma realizzabile. Se l’Italia avesse, se mai avrà, un governo stabile e una classe politica autorevole, questo sarebbe un progetto da proporre immediatamente e portare avanti nei prossimi decenni. Uscire fuori dalla logica restrittiva che in questo momento imprigiona le menti intorno al problema immigrazione, vissuto solo come problema militare, potrebbe essere un buon inizio per chi voglia cimentarsi in visioni futuribili. In alternativa c’è solo la rassegnazione alla catastrofe, adombrata continuamente dai professionisti delle paure indotte.

39° Parallelo - agosto 2017

Alfredo De Giuseppe

 

 

 

 

 

 

 

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