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Un governo di amore e sacrifici

Quello che non riuscì negli anni ’70 a Berlinguer, Moro e Andreotti, è stato realizzato in questi mesi grazie a Berlusconi, Bersani, Grillo, il giovane Letta e soprattutto Napolitano. Abbiamo finalmente in Italia il governo delle larghe intese, il governissimo della pacificazione e di unità nazionale, delle convergenze parallele, un governo di scopo, di servizio, di necessità e infine di amore e sacrificio.

Beppe Grillo ne è stato l’artefice involontario: l’elettorato gli aveva concesso un bonus eccezionale per essere il costante pungolo di un cambiamento sempre reclamato e mai attuato, soprattutto sul piano della semplificazione burocratica e dell’etica pubblica. Si è perso dietro i suoi slogan (alquanto violenti) gestendo come bambini un gruppo di parlamentari, scelti attraverso un sistema che evidentemente ha filtrato solo uomini e donne di buona volontà ma senza la giusta capacità di critica e di sintesi politica. Non ci sarà mai più una rivincita di Grillo, le elezioni amministrative di questi giorni a Roma (e di oltre sette milioni di elettori) lo hanno già scritto in termini definitivi.

Bersani è stato il segretario di un PD estremamente diviso, dove è impossibile fare una proposta o avanzare una vera innovazione perché si alza sempre qualcuno a dire che la sua idea di partito democratico non coincide con proposte simili. Come poteva fare campagna elettorale un uomo che doveva rappresentare un’accozzaglia di teste senza un corpo stabile? Infatti Bersani non ha fatto campagna elettorale, stava attento a non disturbare nessuno e intanto gli altri si prendevano i voti. Dopo la sconfitta ha cercato l’intesa con Grillo, ma forse un suo repentino passo indietro avrebbe favorito tale ipotesi. Oggi non è più segretario (al suo posto Epifani) né primo ministro, dichiarandosi implicitamente sconfitto su tutta la linea.

Berlusconi il giorno dopo le elezioni ha cominciato a fare lo statista, colui che vuole il governissimo per il bene del paese, unico modo per essere governato. Nella realtà il sistema più semplice per rimanere a galla nonostante la sconfitta elettorale e soprattutto i processi che vanno dalla prostituzione minorile alla compravendita di deputati, fino ad una immensa evasione fiscale per finire a falsi in bilancio di varie dimensioni. Benché il mondo intero continui a non capire gli italiani, quest’uomo ha in mano le sorti del governo, ma è costretto a mantenerlo in vita perché lui è obiettivamente impresentabile al mondo.

Il giovane Enrico Letta, nipote di Gianni, gran ciambellano dello stesso Berlusconi, non poteva non accettare l’incarico: non c’è miglior biografia della sua per un governo così composto. Da vice di Bersani era per la fine del berlusconismo, da premier rimane vittima delle strategie populiste del Cavaliere.

Ma il protagonista assoluto di tutto questo è uno solo: il nostro amato Presidente Giorgio Napolitano. Aveva giurato che non avrebbe accettato una sua rielezione causa la sua veneranda età, nel frattempo forzava la Costituzione dicendo che Bersani doveva presentarsi alle camere con una maggioranza già precostituita, impedendogli di fatto di formare un governo. Infine ha accettato di rimanere a condizione che in un solo giorno Bersani, Monti e Berlusconi accettassero l’idea delle “larghe intese” e del giovane Letta, minacciando di andarsene se continuavano a perder tempo. Per lui le larghe intese erano un sogno già agli inizi degli anni ’60, immaginarsi la gioia a vederle realizzate 50 anni dopo!

Ma di una cosa possiamo essere sicuri, il governo vivacchierà i prossimi due anni senza realizzare niente di importante. Ci saranno continui rinvii pur di non decidere, le leggi richieste a gran voce saranno annacquate fino al punto da essere inutili o una perfetta presa in giro, le fasi fiscali/finanziare dettate dall’esterno a soli fini speculativi. Sul piano delle riforme strutturali ed economiche nessuna decisione che si smarchi dal passato, relegando l’Italia sempre più ad un paese marginale, anche dal punto di vista turistico. La scuola, l’università, la ricerca, l’industria di qualità sempre più in difficoltà, fino forse alla consunzione finale. La piccola impresa costretta a sopravvivere  senza vendite, senza credito e senza prospettive. Il territorio e la sua bellezza distrutti per ignoranza, malaffare e superficialità.

Prima delle elezioni, tutti dicevano che era giunto il momento della svolta, si doveva cambiare per non morire, l’italiano era pronto per un nuovo inizio e ci ritroviamo invece con un governo senza entusiasmi, nato da reciproche difficoltà e ricatti incrociati, nella più totale continuazione della prima e della seconda repubblica, se mai sono esistite. Il miglior viatico per continuare il gattopardismo italiano che non dà più nessuna consolazione, ma che si riempie la bocca di amore (verso la propria posizione) e di sacrifici (degli altri).

39° Parallelo - Giugno 2013

Alfredo De Giuseppe

 

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