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Gli anni di getto vissuti a Tricase - Blog P.Torretta 19.08.2017 Stampa E-mail

“Spesso vorrei cambiare il mondo, poi lo ritengo un affare dispersivo e dispendioso e limito dunque le mie attenzioni, per qualche minuto al giorno, al posto che conosco meglio, la ridente città di Tricase”. Scrive Alfredo De Giuseppe nel suo libro “Anni di getto”.

Ho comprato questo libro alla libreria Marescritto nel pieno centro di Tricase, in Salento. Questa è una piccola libreria indipendente dove, in uno spazio limitato, ci sono tantissimi libri, alcuni negli scaffali che raggiungono il soffitto, altri impilati in colonne poco stabili. Appena entrata,  una ragazza molto gentile di nome Isabella mi ha servito. Le ho chiesto un libro che mi facesse conoscere meglio la sua città e lei senza esitazione mi ha consigliato “Anni di getto.”

Questo libro non è né un romanzo né un saggio ma una raccolta di articoli scritti tra il 2006 e il 2016 che testimoniano la presenza costante e attiva nella vita pubblica dell’autore a Tricase. Si racconta in primo luogo la vita in questa piccola città, una città che, nonostante le emigrazioni e il turismo, che spesso è considerato un elemento di disturbo, preferisce vivere addormentata e non affrontare i problemi che, risolvendoli, potrebbero migliorare la vita degli abitanti. Si racconta la politica locale, si fanno i nomi e si narrano i fatti precisi, non sempre edificanti, descrivendo una classe politica poco attenta ai cambiamenti globali. Si mette in relazione la realtà locale con quella italiana, si parla dei “grandi” politici evidenziando il loro completo evitare qualsiasi comportamento di tipo etico; intendendo per etica il rispetto per le persona che ci circondano, per l’ambiente, per le regole e la civiltà umana nella sua totalità. L’autore si dichiara fermamente contrario a una politica che parla alla pancia delle persone, che guarda solo ai piccoli e grandi interessi e si pone a favore, con decisione, di un modo di pensare e di agire nel pieno rispetto dell’umanità.

In “Anni di Getto” non si  parla solo di politica o di problematiche concrete del vivere a Tricase, si racconta anche degli eroi del nostro tempo e questi articoli, veri e molto sentiti, sono quelli che ho apprezzato di più. Gli   eroi di Alfredo DGiuseppe, non sono le persone famose che compiono gesti eclatanti ma sono quelli “che resistono qui”, ovvero quelli che continuano a vivere, nonostante tutto.

E così conosciamo Mesciu Alfredo, calciatore elegante e molto forte, che, nel dopo guerra, si era dovuto accontentare di riparare biciclette e tutta la vita ha sempre rimpianto  di non essere nato in un altro periodo storico, un periodo senza guerra. Conosciamo Salvatore Brigante, aspirante scrittore di storie poco coerenti dal punto di vista narrativo che cerca, in mezzo a tanta confusione, la felicità a tutti i costi. Gigi Urso, calciatore prima e allenatore poi, che si suicidò pur di non dover affrontare i disagi e il deperimento della malattia. Don Tonino Bello, poco amato dai politici locali,  che fu grande sostenitore della pace e della dignità umana. Ucci Aloisi, grande cantante di pizzica che rimase sempre la persona semplice che era nonostante la notorietà. Luigi D’Aversa,operatore ecologico, che considerava la piazza di Tricase il suo salotto e la puliva ogni giorno con cura meticolosa. Rocco Longo, sarto, aveva, e forse ha ancora, un negozio che era il punto di ritrovo dei vecchi della città. Roberto Brigante, che emigrò in Svizzera e continuò a vivere là senza mai rinnegare le sue origini, portando in questo paese la sua cultura di uomo del sud. Ed infine il ritratto forse più commovente, Erminia Santacroce, la professoressa di Tricase, che tutti ricordano perché si prendeva tanto a cuore i suoi studenti, cercava di capirli e aiutarli come se fossero suoi figli.

Dalle  informazioni che ho trovato ho appreso che Alfredo De Giuseppe è  molto conosciuto a Tricase perché si è sempre impegnato su diversi fronti. È stato calciatore e poi allenatore, imprenditore nel settore alimentare, collaboratore di riviste e autore di libri, politico e fondatore di un movimento e infine regista di documentari. Dai suoi scritti ne viene fuori una figura di intellettuale a tutto tondo, una persona che cerca di comprendere il periodo storico che sta vivendo; lo vuole spiegare e migliorare perché si sente parte di esso.

Così, grazie a questo libro, ho conosciuto meglio Tricase, una cittadina che si trova nel Capo di Leuca e che ha questo nome strano perché nasce dall’unione di tre casali; una città che vive di artigianato, commercio e mal sopportato turismo. In questo viaggio mi sono resa conto che il Salento è bellissimo, non tanto per la cucina che è tra le più gustose d’Italia, non tanto per le spiagge accoglienti e il mare caldo, ma per i paesi e le cittadine dell’interno, che se li frequenti di giorno, in estate, sono avvolti dal caldo torrido e da un torpore umano; si vivacizzano solo dopo il tramonto per lasciare spazio alla movida notturna.

Titolo originale: Gli “Anni di getto” vissuti da Alfredo De Giuseppe a Tricase

Pubblicato il 19 agosto 2017 Paola TorrettaPubblicato in BlogWhat I readWhat I see

 

 

 

 
i venti del Sahara Stampa E-mail

I venti del Sahara soffiano violenti sulla sabbia. La sabbia si solleva fino ad altezze incredibili, viaggia per circa ottomila chilometri, una parte si deposita sulla mia auto e la parte più considerevole sulla foresta amazzonica. A sua volta la foresta amazzonica, che trae un grande beneficio (forse essenziale) dai minerali contenuti nella sabbia del Sahara è un indispensabile moderatore del clima di tutta la terra.
Il Sahara, il Nilo, la foresta amazzonica, la mite temperatura italiana e forse anche la mia auto sono interconnessi. Non c’è una sola cosa della natura che non sia collegata ad un’altra, che non faccia parte del sottile equilibrio della vita su questo pianeta. …E pensare che c’è gente che davvero pensa di poter costruire muri e frontiere, di farne anche sul mare e sui fiumi …Forse sì, si potranno fare, ma a rischio di una morte collettiva, della fine di un'idea, di un mondo mai più libero.

FB 14.05.2017

 
65 milioni di anni fa Stampa E-mail

65 milioni di anni fa un asteroide colpì la Terra, abitata da migliaia di specie animali, tutte di piccola taglia tranne i dinosauri, che dominavano incontrastati le terre emerse. I piccoli mammiferi che resistettero alle conseguenze dell’impatto si nascosero sotto terra o si rifugiarono in acqua, attesero che la fuliggine si depositasse sul terreno e il sole tornasse a riscaldare il pianeta per prendere possesso delle nuove foreste e delle nuove savane. Passarono quasi 60 milioni di anni prima che una specie di scimmia scendesse dagli alberi e procedesse su due piedi per poter osservare meglio ciò che gli succedeva intorno. Ci vollero altri tre milioni di anni prima che quella scimmia riuscisse a sviluppare al meglio le proprie capacità cognitive e manuali. Appena dieci-quindici mila anni fa la scimmia bipede si definì uomo e iniziò il percorso della storia che conosciamo. Quella scimmia divenuta uomo, negli ultimi duecento anni, ha costruito case e grattacieli, motori, aerei e razzi spaziali, radio, televisioni e telefoni, ha sviluppato le arti, le scienze e la medicina, ha capito sé stesso, le origini e le complesse dinamiche della vita sulla terra.
Ora, in quest’era geologica, l’uomo è nella condizione di quei dinosauri. Domina il mondo con la forza della sua intelligenza e lo distrugge in funzione delle proprie esigenze. Senza la sparizione repentina dei dinosauri non sarebbe mai esistito l’uomo, così come oggi è. Ora qualcuno è convinto che senza la repentina estinzione dell’uomo non potrà più esistere la Terra. Ditelo a Trump.

FB - agosto 2017                                                Alfredo

 
Ayse Karacagil non combatte più Stampa E-mail

Questa bella ragazza curda si chiama Ayse Karacagil. È morta qualche giorno fa alle porte di Raqqa, a fianco delle truppe curde-siriane che tentano di conquistare l’ultima città siriana ancora nelle mani dell’Isis. Una bella ragazza, che aveva scelto le montagne per combattere affianco di altre donne, libere, laiche, resistenti fino alla morte.  Tutto era cominciato a Istanbul nella primavera del 2013, quando i giovani schierati a difesa del verde pubblico di Gezi Park non avevano vinto, ma quanto meno avevano costretto il presidente Erdogan a tirare giù la maschera del padre islamista moderato della nazione per rivelarne per la prima volta il vero volto. Quello del potere assoluto, indisponibile al dialogo, sordo alle istanze di una società secolarizzata e democratica che si credeva protesa verso l'Europa.
Gli scarponi dei militari mandati da Erdogan a piazza Taksim avevano calpestato tende e striscioni, la protesta messa a tacere con la forza. Otto i manifestanti rimasti uccisi, tantissimi i feriti. La maggior parte degli arrestati processata e condannata a scontare pene di poco superiori ai due anni per "danneggiamento della pubblica proprietà", "oltraggio a moschea", "interruzione di servizio pubblico". Ayse, invece, era stata travolta da un'accusa ben più grave: militanza in organizzazione terroristica. Ovvero i separatisti del Pkk, il Partito Curdo dei Lavoratori. Tra le prove depositate contro di lei, non un cappuccio ma una "sciarpa rossa, simbolo del socialismo". Con Ayse in cella, era stata sua madre a protestare: quella sciarpa dimostrava solo che tutto si reggeva su un castello accusatorio montato su prove fabbricate a tavolino. Fra una sentenza e l’altra riuscì a fuggire, perché in primo grado era già stata condannata a ben 100 anni di galera. Lei raggiunse le sue compagne sulle montagne seguendo percorsi che in carcere le avevano indicato alcuni detenuti. Dalla latitanza aveva scritto una lettera per far sapere di essersi unita alla battaglia per Kobane e da quel momento divenne un simbolo per chi crede nella libertà del popolo curdo, delle donne musulmane, e di tutta l’aera medio-orientale in mano a dittatori di vario livello (coperti da paesi occidentali). Il fumettista Zerocalcare ne fa un’eroina del suo fumetto con il soprannome di “Cappuccio rosso”. Lei invece continuava semplicemente ad imbracciare il fucile, per disperdere quella ciurma fanatica il cui riferimento è il Nuovo Califfato.

Ayse, una vera eroina, non di plastica e neanche da copertina, semplicemente la donna che vuole riscattare la libertà di tutti noi. Il tuo bel volto sorridente, con il tuo cappello rosso e le guance paffutelle non va dimenticato. Peccato che le televisioni di tutto il mondo non abbiano trovato un minuto per te. Scriverò per te.

FB 03/06/2017

 
Fatima e dintorni Stampa E-mail

Papa Bergoglio sull’aereo che lo riportava a Roma dal Portogallo, parlando con i giornalisti, ha messo una pietra tombale sulle apparizioni a chiamata di Medjugore. Per il Papa le apparizioni di Fatima sono salve (ma con molti suoi dubbi non espressi ma impliciti nei concetti) perché son trascorsi 100 anni, non si sono ripetute ogni giorno e infine sarebbe troppo faticoso smontare l’intera architrave creata intorno ai tre pastorelli. Però fuori dalle credenze vediamo di analizzare la vicenda nella sua cruda realtà, tenendo sempre presente il contesto: estrema povertà, una chiesa cattolica integralista, l’immaginazione di bambini abituati a stare soli per lunghe ore del giorno e l’estrema necessità di masse sempre più smarrite fra guerre e modernità di ritrovare un contatto tangibile con qualcosa di soprannaturale.

Fra i tre pastorelli, la più grande era Lucia dos Santos ed aveva 10 anni, il maschietto Francisco Marto, secondo la ricostruzione della stessa Lucia, non sentiva le parole della Madonna, ma ripeteva quello che le due cugine “vedevano”… I due fratelli Francisco e Giacinta morirono rispettivamente nel 1918 e nel 1920: non fecero in tempo a confermare da adulti ciò che realmente era successo in quel maggio 1917. Lucia invece che è vissuta fino al 2005, fino alla veneranda età di 98 anni, ha scritto numerose biografie, cambiando spesso versione sui fatti e sulle cronologie delle apparizioni. I suoi scritti, in un portoghese spesso incomprensibile, furono sempre depurati da solerti inviati del Vaticano. Lucia ebbe sempre difficoltà a parlare direttamente con qualcuno di estraneo all’ambiente ecclesiastico: in più di un’occasione le fu impedito letteralmente di parlare e tenuta quasi segregata in un convento. I così detti Misteri di Fatima altro non sono che implorazioni tipiche di una certa parte delle preghiere e delle immagini cattoliche (l’inferno di fuoco, la Russia che diventi cattolica e così via). La loro storiella, una bella favola comprensiva di buoni, poveri, cattivi e agnostici, è stata utile alla Chiesa del primo novecento che tentava di uscire dall’isolamento dopo la sbornia temporale che era durata la bellezza di oltre quindici secoli.

In tutto questo fanatismo religioso basato su apparizioni ovviamente inesistenti o comunque viste solo da menti “problematiche”, Bergoglio sta disperatamente tentando di contrapporre una religiosità dei gesti. Vorrebbe dire e non può: lasciate stare per un po’ le immaginette e correte in soccorso dei bambini che perdono la vita nel Mediterraneo; smettetela di credere al miracolo che salva la vostra vita e lottate per un concetto più alto, la pace nel mondo; non credete ad apparizioni a comando che non dicono nulla ma impegnatevi a conservare l’ambiente; cercate di isolare corrotti e corruttori, mafiosi e malfattori; abbiate pietà dei derelitti, dei carcerati, dei poveri, delle vittime e dei carnefici. Vorrebbe dire, forse lo dirà con chiarezza, se vivrà.

FB 17 maggio 2017                                              alfredo

 


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