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La mia colonna del 2019-11-30

 

Il MOSE che dovrebbe difendere Venezia dalle acque alte non si deve confondere con il Mosè biblico che invece secondo tradizione significa “colui che estrae l’acqua”. Due concezioni opposte, come se ne deduce, eppure furbescamente utilizzate per far intuire al pubblico pagante che, come le leggende della Bibbia, sarebbe nato un nuovo salvatore, un’opera predestinata dalla Storia per proteggere un gioiello architettonico dai pericoli catastrofici.

A Rigopiano nel 2017 una valanga ha investito un hotel impropriamente costruito sui detriti di una precedente valanga. Nel 2007 era stata concessa una concessione per ampliamento, piscina e centro benessere senza che nessuno opponesse problemi di opportunità ambientale.

Il ponte Morandi, arditamente progettato, costruito male e manutenuto peggio, è crollato nel 2018 dopo decine di relazioni che ne riportavano pericoli e problematicità. Relazioni poi edulcorate per continuare a sperare, fino al prossimo miracolo. Che infatti è avvenuto: domenica 24 novembre è crollato un ponte sulla Torino-Savona, senza provocare neanche un ferito.

Le costruzioni dell’Aquila, crollate nel terremoto del 2009, erano quasi tutte nate negli ultimi cinquant’anni, quando si era già conoscenza degli ottimi sistemi antisismici per evitare l’implosione di un immobile. La “casa dello studente”, dove sono morti 8 ragazzi universitari, era stata costruita nel 1965 ad uso di abitazioni private, trasformata in alloggio per studenti, ristrutturata nel 2000, senza mai avere effettuato il collaudo statico dell’immobile (che pure la legge richiede). Eppure l’Aquila era considerata una delle zone a maggior rischio sismico sin dall’antichità.

E poi chi ne ha più ne metta: i fiumi intrappolati dentro strette paratie; i ristoranti delle ridenti località marine costruiti sulla sabbia, dove ogni anno puntualmente da qualche milione di anni arriva la tempesta; la diga dove sta per crollare una parte della montagna (vedi Vajont); case in ogni dove, purché in zona prestigiosa, panoramica, danarosa e speculativa. In questi decenni di orgia consumistica abbiamo costruito migliaia di abitazioni, interi paesi, alle pendici del Vesuvio, che pure ha generato l’ultima eruzione solo nel 1944 e che sotto la superficie, ad una profondità di otto chilometri, ha un accumulo di magma che si estende per circa quattrocento chilometri quadrati.

Qualche tempo fa ascoltavo in TV, in una di quelle trasmissioni divulgative che ancora giustificano il canone RAI, una disamina delle catastrofi naturali e dei terremoti in particolare. Come avvengono, dove sono più facilmente prevedibili, come affrontarli. Ed ecco quindi scoprire alcune sostanziali differenze su come i diversi popoli affrontano questi fenomeni naturali. In Giappone il terremoto è raffigurato come un grosso pesce che sta fermo sotto la sabbia e che prima o poi si muoverà: sbatterà la coda e farà muovere tutta la terra circostante. In Italia invece non abbiamo una bestia feroce da combattere ma la faccia serafica di Sant’Emidio da Ascoli, eletto protettore contro i terremoti. Questa differenza ha portato delle conseguenze ben visibili: i giapponesi si dovevano difendere da una specie di mostro e si sono organizzati: case antisismiche, esercitazioni scolastiche, una seria consapevolezza del pericolo. Risultato: i terribili terremoti del fragile Giappone mietono pochissime vittime e danni limitati. In Italia invece aspettiamo di ricevere la grazia personalizzata del Santo protettore e non facciamo assolutamente nulla per prevenire catastrofi naturali di ogni tipo, terremoti compresi. Abbiamo San Lucio di Cavargna per proteggerci dalle alluvioni e dalle siccità, e anche Sant’Eurosia, decapitata in Spagna nell’880, mentre infuria una bella grandinata, diventata la signora delle tempeste, invocata contro i fulmini. Provare per credere. E se arriva la tragedia, c’è sempre qualcuno che giustifica tutte le malefatte del genere umano con un semplice: così ha voluto il Signore.

Noi infatti, quelli nati sotto una certa latitudine, crediamo ai miracoli e poco alla scienza. Per l’italiano medio il problema del consumo del suolo non esiste, al massimo c’è da ricorrere a qualche preghiera per chiedere una specie di salvezza personalizzata. Nessun atto pratico di prevenzione, solo una rassegnata attesa della grazia, una volta che l’imponderabile è già avvenuto. Le case antisismiche sono spesso una semplice dichiarazione giurata di un qualche tecnico, quasi mai il risultato di uno studio appropriato all’ambiente, di un giusto compromesso fra costo, bellezza e funzionalità. A questo si aggiunga che su ogni lavoro pubblico bisogna tener conto di Santa Corruzione e siamo al completo.

Siamo giunti fin qui, senza accorgercene, confidando in tutto, santi, dittatori, corruttori, millantatori e fanatici, tutto tranne in noi stessi. Nella forza di governare, nella capacità di programmare, nel dire le cose come stanno.

 

Il Volantino, 30 novembre 2019

Alfredo De Giuseppe

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