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La mia colonna del 2019-10-19

Nel 2015 nel libro “Tramonti di tramonti” raccontavo della difficile vicenda umana di Kejal, una bella ragazza curda che scappava dalla sua città perché coinvolta in un delitto d’onore, che dopo varie peripezie arrivava in Italia, dove incontrava un ragazzo di nome Luca con il quale iniziava una nuova vita. Però Kejal non resiste al richiamo della sua terra, torna in Siria per combattere insieme ai suoi fratelli, per liberare Kobane dai fanatici dell’Isis. La storia si chiude con Luca che si fa tante domande, consapevole della complessità delle questioni, senza però perdere la speranza di un ritorno della sua amata. Quel libro, così come tutti i miei libri, ha venduto una cinquantina di copie; per fortuna Pati Luceri, da Martano, che avevo invitato alla presentazione del libro, ne aveva regalato qualche copia a suoi amici curdi, ormai stabilizzati in Italia.

Lo stesso prof. Luceri, venerdì 11 ottobre mi invitava a Martano per presenziare ad una manifestazione a favore della resistenza curda, contro il premier turco Erdogan. Non tantissima gente, (non c’è mai tantissima gente quando si parla di guerre, diritti internazionali, genocidi e profughi), ma tanta condivisione, tanta necessità di conoscere e approfondire. Quando stavo per andare via, mi si è avvicinato un ragazzo con la barba e mi ha detto: “Chissà se la tua Kejal sopravvivrà  fra le strade di Kobane, mentre gli aerei turchi la bombardano e gli occidentali fanno solo proclami. Forse è già morta, mentre noi stiamo per mangiare il gelato, seduti tranquillamente davanti al bar.” A parte l’immediata emozione di aver incontrato uno dei miei lettori, ho condiviso con quel ragazzo tutto lo sgomento, lo strazio di un popolo senza terra, usato, bistrattato, definito terrorista o difensore della libertà, a seconda della convenienza del momento. A quella manifestazione c’era il sindaco di Martano, la città che due anni fa ha avuto il coraggio di dare la cittadinanza onoraria a Abdullah Öcalan, considerato terrorista sol perché era il fondatore del  Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), in lotta per l'autonomia del Kurdistan, contro i clan "feudali" che spadroneggiavano sul territorio, per l'ecologia, per l'emancipazione della donna contro il sistema patriarcale. Molti militanti del partito, già nel 1984, furono condannati a morte e solo allora il PKK iniziò una guerriglia armata che riguardava non solo la Turchia ma anche forze governative di Iraq e Iran. Nel 1999 dopo un lungo peregrinare per sfuggire alla cattura dei servizi segreti turchi, Öcalan giunse in Italia, dove sperava di avere assistenza legale e ricevere un asilo politico. Dopo 65 giorni, Öcalan fu invece convinto a partire per Nairobi, in Kenya, dove venne ben presto catturato e trasferito in Turchia. Da allora è l'unico detenuto dell'isola-prigione di İmralı. Il "caso Öcalan" fu origine di critiche al governo D'Alema, accusato tra l'altro di aver trascurato gli articoli 10 e 26 della Costituzione italiana che regolano il diritto d'asilo e vietano l'estradizione passiva in relazione a reati politici. La magistratura italiana concesse infatti il diritto d’asilo a Öcalan ma quando era ormai stato catturato e condannato. Per far capire l’atteggiamento del governo turco verso i curdi basta citare l’episodio riguardante la nipote di Öcalan:  Dilek si è candidata con il Partito Democratico dei Popoli (Hdp) alle elezioni politiche del 2015 ed è stata eletta come deputata al Parlamento turco. Nel 2018 è stata arrestata con l’accusa di incitamento al terrorismo e quindi condannata a due anni e sei mesi semplicemente per avere preso parola durante un funerale.

Le sofferenze del popolo curdo non partono con Erdogan ma il suo governo ha esasperato ogni rapporto, eliminando di fatto ogni possibile mediazione. I governi occidentali non sono pavidi a causa dell’ultima ondata di sovranismo, ma sono assenti e complici almeno dal 1946. Ora ci sarebbe modo di mostrare di credere davvero a quei valori a cui siamo aggrappati, a quelle libertà fondamentali che formano il nostro vivere quotidiano, di porre un minimo di rimedio a quell’appoggio incondizionato concesso ad un despota come Erdogan. C’è bisogno di avere iniziative concrete basate su certezze ideologiche. Quando tutto il mondo isolò il Sudafrica (compreso lo sport) per le sue leggi sull’apartheid, il governo bianco, nel giro di pochi anni, fu costretto a rivedere le sue posizioni e a concedere la libertà al terrorista Nelson Mandela. Oggi è tempo di isolare un capo del governo che ha sconvolto un Paese che si stava avviando verso la democrazia compiuta. Secondo quanto scrive Can Dundar, uno dei tanti giornalisti turchi costretti all’esilio, in questi giorni chi esprime giudizi critici verso l’attacco militare in Siria viene zittito con incriminazioni di ogni natura. Anche i militanti del terzo partito turco, Hdp, sono sottoposti a indagini e operazioni restrittive.

È forse tornato il momento di occuparsi di ciò che succede nel mondo, di capire il perché di guerre, fughe e nazionalismi. I curdi rappresentano la summa delle battaglie da combattere per aprirci al nuovo umanesimo, fatto di meticciato, ecologismo, diversità e rispetto.

Scriverai ancora di Kejal?” mi chiede il ragazzo con la barba. “Si - rispondo - ma solo se si salva. Sono stanco di narrare il tramonto della nostra civiltà”.

Il Volantino, 19 ottobre 2019

Alfredo De Giuseppe

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