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La mia colonna del 2019-10-05

Si dice (mi dicevano) che superati i sessanta la prospettiva cambia. Hai superato la linea di demarcazione fra gioventù e vecchiaia, puoi pensare alla pensione, al meritato riposo e vedere il tutto con maggiore distacco. Io che sono un sessantenne inconsapevole, che ci sono arrivato senza accorgermene e senza volerlo, riesco a vedere da quest’altezza le sedimentazioni degli anni, dei rimpianti, delle vittorie e delle sconfitte. Riesco a vedere il film di una vita, ma non riesco a smettere di pensare al futuro, a ciò che sarà, a ciò che può venire in funzione dei nostri comportamenti.

È vero che una certa età può avere delle stanchezze incorporate: non vuoi più vedere le stesse facce ogni mattina, non vuoi più vedere spettacoli karaoke, sempre uguali a loro stessi, la commedia all’italiana con i suoi stereotipi, la politica televisiva con i giornalisti star e neanche lo stesso tramonto. La stratificazione di eventi, ormai sempre più accelerata, può generare confusione e sconforto, voglia di mollare e di uscire dal contesto. Ma succede anche che puoi avere curiosità di incontrare persone nuove, di fare altri percorsi con loro, che vai a cercarti gli spettacoli innovativi che abbiano in sé i germi dell’universalità, puoi vedere dei film bellissimi anche se girati con un cellulare, puoi parlare di politica senza inebriarsi dentro.

Così pensavo mentre, qualche giorno fa, leggevo dell’ennesima ricerca che fissa a 64 anni l’età in cui si diventa realmente adulti, dopo la quale smette di esistere definitivamente il bambino che eri stato. Nel dubbio mi tengo buona la norma che una ricerca statistica vale nel suo assunto generale ma non per i singoli. Però ora mi sovvengono i sessantenni della mia infanzia, che sembravano vent’anni più vecchi e da un millennio fermi nel loro status. Tra i miei vicini di casa c’era chi era curvo dalla fatica e dall’assenza di anti-infiammatori, chi non vedeva bene e guidava un’Ape Piaggio, chi aveva la gotta e chi camminava con il bastone. Molti di loro avevano come unico sfogo l’osteria con annesso vino annacquato. C’era una miriade di stranezze (perché l’umanità di per sé è strana, essendo unica nella sua composizione genetica): chi non dormiva la notte ma solo di giorno, chi aveva l’amante sotto casa, chi faceva il sacrestano e chi aveva le galline sotto il letto. C’era poi una minoranza di signorotti che aveva il bagno in casa, vestiva bene, aveva studiato e di solito era un insegnante, un medico o un discendente di famiglia nobile. Erano pochi, molto pochi.

I sessantenni di oggi corrono per mantenere integra la massa muscolare, vanno in bicicletta vestiti come Nibali, frequentano palestre roboanti e fanno diete personalizzate con i cibi più esotici, cucinano come chef stellati, si curano e si amano, con tatuaggi e massaggi. Tentano di rimanere giovani, per sempre giovani, non tanto nella testa quanto nel fisico. Non frequentano le umide osterie, ma i pub alla moda con il miglior vino del mercato, parcheggiano auto costose nello stesso spazio dove i loro padri avevano un carretto col cavallo, usano i social compulsivamente e spesso sperano di essere affascinanti. Ai figli insegnano qualcosa di vecchio, mentre loro si rifanno le rughe, abusano di medicine e viaggiano senza nesso: e infatti i figli non ci capiscono più niente. Straparlano spesso di politica, sparando decine di luoghi comuni sul passato e sulla nostalgia del bel tempo che fu (che forse non c’è mai stato), mentre qualcuno li ascolta, pensando davvero che abbiano avuto delle esperienze importanti.

I sessantenni, e parlo al maschile perché son gli unici che penso di conoscere un po’, sono figli di famiglie patriarcali nella loro impostazione medievale, hanno vissuto il boom economico, le trasformazioni della donna, la tranquillità impiegatizia e pensionistica, hanno visto l’uomo sulla Luna con le tv bianco/nero e la fine del socialismo reale, hanno lottato per ideali di libertà, diventati post-ideologici, hanno finito per votare i loro nemici di gioventù. Sono tanti, statisticamente tanti.

C’è uno spazio vitale oltre i sessanta? Rassicuro me stesso e gli altri vecchietti. C’è uno spazio di vita a due uniche condizioni: che si continui a studiare e lavorare e che si coltivi la pratica di guardare avanti, anche oltre la propria morte. Perché quella verrà, ne sono convinto, ma il mondo continuerà, almeno per un po’. Sono consapevole che, come capita a tutti, fra qualche decina d’anni non lascerò nessun vuoto incolmabile: il mio posto sarà preso da un essere più evoluto di me.

 

il Volantino, 5 ottobre 2019

Alfredo De Giuseppe

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