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La mia colonna del 2019-09-28

Lo confesso: da un po’ di tempo mi interessa sempre meno la vicenda amministrativa del paesello. La storia semiseria della politica paesana, fatta di aneddoti e odi personali, di buche da riparare e da funzionari che vanno in pensione. Mi interessa sempre meno il nome dell’ultimo assessore e ancor di meno se appartiene ad un partito o ad un altro. Non dimentico che ognuno di noi vive nel suo condominio, che è corretto risolvere le beghe sotto casa, che lì provi la tua vera grandezza. Non dimentico e anzi lo rivendico: il localismo ci ha spesso salvato dalla demenza precoce.

Sarebbe poco interessante anche la politica nazionale, fatta di messaggi veloci sui telefonini, comparsate televisive e promesse mirabolanti, se non fosse che le scelte governative impattano spesso con quelle di altri governi, che a loro volta, tutti insieme, dovrebbero guardare al benessere del mondo intero. Osservare lo spettacolo dei nostri politici è quasi sempre poco interessante. Le tante trasmissioni in cui si parla di loro con loro stessi sono utili solo per riepilogare le stupidate quotidiane, mentre sprofondi dentro una comoda poltrona, per conciliare il sonno.

Però ora tutto si è relativizzato perché, finalmente, il problema ambientale, della salute del nostro pianeta, è divenuto prioritario.

Ora è arrivato il momento di guardare oltre, di preoccuparsi davvero della Terra, di creare una rete solidale, di tentare di salvare la straordinaria bellezza creata dalla natura e dalle stratificazioni umane.

La piena consapevolezza delle problematiche che ci aspettano nei prossimi decenni è un compito di chi fa politica, di chi scrive, di chi insegna, di chi gioca a fare l’intellettuale, di chi conduce talk-show. Tutti questi soggetti dovrebbero fare degli sforzi comportamentali per modificare la percezione reale dei problemi all’ordine del giorno. Innanzitutto il linguaggio. Bisognerebbe intanto eliminare alcune locuzioni di moda, come “migranti economici” per il semplice motivo che da sempre chi lascia la propria casa per cercarne un’altra è per motivi economici. Quindi ogni migrante aspira ad una condizione migliore ed ogni migrante tenta di salvare la vita e di mangiare bene con una certa frequenza. E non ci sarà nessuna legge che alla lunga potrà frenare quell’ancestrale necessità di spostarsi, cercare l’erba migliore, immaginare un futuro diverso. Da abolire al più presto anche la parola “integrazione” perché essa presuppone una società quasi perfetta, quella occidentale, e tutti gli altri che devono accettarla, condividerla, sposarla in ogni sua sfaccettatura. La parola da diffondere è invece “diversità” perché saranno le differenze a salvare la Terra, come è sempre stato, nel suo mix di geni, colori, odori e trasformazioni. Chi immagina una società statica, sovranista, autoreferenziale e autoimmune, vive in un sogno propagandistico che porta solo ad una conseguenza: la guerra. Un’altra espressione da rivedere con urgenza è “green economy”, perché si dà per scontato che c’è uno spazio dove l’economia sostenibile può crescere, all’interno di un’economia ben più grande che invece può permettersi di continuare come se nulla fosse. Invece l’economia dei prossimi anni può essere solo verde, non basterà aggiungere una tassa di 10 centesimi per sentirci tutti più ecologici e più attenti.

Quelli che governano il mondo e l’informazione, dovrebbero dire alcune verità al loro popolo, che invece riceve parole consolatorie, divinatorie, miracolistiche. Perché le migrazioni sono frutto di politiche scellerate, perpetrate nei secoli, a cui bisogna porre riparo con studio, competenza, rigore e passione.

Bisogna rivedere i modelli di vita e di sviluppo che invece troppe volte sono dati per scontati: a che serve una nuova strada d’asfalto in un luogo pieno di strade? Se lo chiede mai nessuno? A che serve il turismo di massa se invece di portare benessere e conoscenza porta solo disastri ambientali e sovradimensionamento edilizio? A che serve una pesca scellerata se il mare sta morendo? Oggi per fortuna l’uomo stesso ha generato sistemi alternativi al modello andato in onda dalla rivoluzione industriale in poi, ma pigrizia mentale, corruzioni e negligenze stanno rallentando tutti i processi virtuosi di cambiamento.

Ecco perché è stato molto importante in questi mesi l’esplosione di un personaggio come Greta Thumberg, che può dare una speranza ai giovani e una vera proposta di cambiamento. E in questo quadro è importante avere anche tante Carola Rakete che rappresentano la nuova sfida ideale, quella che molti ragazzi, intorpiditi dai nuovi media e da una scuola paurosa, hanno smarrito e non sanno come ritrovare. Una come Carola è da paragonare al Perlasca che salvava gli ebrei dai nazisti e non ad una politicante che vuole farsi pubblicità sul corpo di poveri disgraziati. E per lei, per la gente in fuga da miseria e ingiustizia e per difendere i fondamentali diritti umani, sarebbe bello scendere in piazza anche nei nostri paesi. Per far sentire anche al vicino di casa che gli ideali di un mondo più giusto e più equo non sono morti. E allora ogni paesello sarà di nuovo al centro del mondo.

 

il Volantino, 28 settembre 2019

Alfredo De Giuseppe

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