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La mia colonna del 2019-09-21

Sono 35 anni che a vario titolo, a volte per pura sopravvivenza, altre per sfidare Golia, mi occupo della Distribuzione Organizzata, volgarmente di supermercati. In questi anni le abitudini d’acquisto si sono andate modificando, addirittura anticipando i nostri modi di vivere, quindi significative di nota, nell’ottica di un futuro meno predatore.

Partiamo da alcuni presupposti storici: la spesa fino a metà degli anni ottanta era (specie al sud) essenzialmente di vicinato, con l’aggiunta dei mercati coperti comunali e gli ambulanti del mercato settimanale; fino alla metà degli anni novanta vigeva un blocco reale delle “Licenze” e quindi lo sviluppo commerciale era complicatissimo; gli orari di apertura sono passati da una regolamentazione rigida (giovedì pomeriggio e domenica sempre chiuso) fino alla più completa libertà, anche con esercizi aperti 24H; in questi ultimi decenni sono entrati ed usciti dal settore molti attori, alcuni importanti come Carrefour e Auchan, che mal si sono adattati alle difficili condizioni commerciali, burocratiche e legislative del mercato italiano.

Oggi che la liberalizzazione è già matura, che in ogni cittadina c’è un surplus di offerta, le dinamiche della spesa sono quasi alternative a quelle di quarant’anni fa. Ieri si comprava il pane, la pasta, la carne due volte la settimana e il pesce una sola volta.

Oggi il supermercato si qualifica per un’offerta quotidiana sempre accattivante e sempre più diversificata. C’è la frutta di ogni stagione e di ogni luogo, i salumi e formaggi regionali e quelli marchiati, le mozzarelle di bufala e quelle a km zero.

Si vende sempre di più la gastronomia pronta, primi e secondi piatti da portare a casa. Tutto ciò che è fritto si vende benissimo. Nessuno è disposto a friggere in casa propria pesce, peperoni o carciofini. La vita frenetica accompagnata alla logica che la casa sia un tempio da tenere pulitissimo, ha contribuito al successo dei piatti pronti. (Anche invitare amici e parenti è un ricordo del passato). Va di moda comprare BIO, inteso come prodotti che abbiano caratteristiche di salubrità superiore. In realtà questo marchio non significa necessariamente maggiore qualità, ma semplicemente una speranza di salute, in quanto i confini certi della loro efficacia son tutti da dimostrare. Forse affidarsi al vecchio concetto “sa di buono” sarebbe più coerente.

Il confine fra supermercato e discount è quasi superato. Le caratteristiche dell’uno sono state mutuate dall’altro e viceversa: da una parte nel discount si sono introdotti i prodotti di marca e dall’altro nel supermercato si vendono sempre di più i prodotti della marca privata del distributore. La Lidl vende la Ferrero e sponsorizza la nazionale italiana di calcio mentre la Coop pubblicizza in definitiva solo i prodotti con il suo marchio. Si vendono sempre meno prodotti per l’infanzia, per il semplice motivo che ci sono meno bambini. Lo si nota anche rispetto all’utilizzo del portababy del carrello spesa: ormai non si vedono bambini sorpresi da colori e rumori, ma solo pesanti casse d’acqua. Al contrario aumentano gli spazi di “senzazucchero”, di “senzaglutine”, “senzaconservanti”, di carni speciali e di stuzzichini surgelati, a volte inseguendo intolleranze immaginarie, diete strabilianti, frutto delle nostre frustrazioni e del generale benessere economico.

Essendo il supermercato, e ancor di più il centro commerciale, divenuto ormai uno dei luoghi di incontro, apprendimento e approfondimento delle nuove masse, mi auguro che in un prossimo futuro le grandi catene distributive (e quindi a ruota tutti i commercianti) possano diventare sempre più fonte di consapevolezza di alcuni processi produttivi e promotori di nuovi virtuosi comportamenti di acquisto e di spesa.

Potranno ad esempio favorire l’eliminazione di piatti e bicchieri monouso in plastica dalle tavole dei consumatori; si potrebbe tornare ad usare solo il vetro per imbottigliare acqua e bibite, con il ritiro del reso delle bottiglie; si potrebbero realmente favorire le produzioni locali, e non solo di prodotti freschi. Infine una distribuzione Organizzata eticamente consapevole potrebbe organizzare meglio la propria logistica per evitare sprechi di chilometri e di Co2; aprire nuovi supermercati con energia prodotta esclusivamente da proprie fonti rinnovabili; organizzare orti botanici di piante autoctone a fini didattici, anche per sollecitare le scuole a favorire una vera educazione alimentare.

Non ultimo, trovare il modo di dare ai collaboratori del supermercato una diversa dignità, incentivando al massimo la loro professionalità, la conoscenza più profonda del loro vasto settore, premiandoli con maggiore frequenza dal punto di vista economico. Sapere da dove viene un pomodoro, come viene prodotto, quanto costa trasportarlo e qual è il suo valore di mercato è una conoscenza globale che deve coinvolgere gli addetti e i consumatori. Le prossime sfide sono consapevolezza, difesa dell’ambiente e valorizzazione degli uomini e delle donne che ci lavorano, che devono passare da “commessi alla vendita” a “esperti di vendita”. Lasciando perdere per qualche tempo le intemperanze del marketing. Nel mio piccolo, ci credo e ci lavoro intorno.

 

il Volantino, 21 settembre 2019

Alfredo De Giuseppe

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