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La mia colonna del 2019-09-14

Ho assistito sabato 7 settembre all’incontro pubblico organizzato dal M5S a Tricase sul rapido disseccamento dell’ulivo, sulla difficoltà del reimpianto e sulla ricostruzione del paesaggio salentino. Presentato da Francesca Sodero, relazionava Cristian Casili, che parla con cognizione di causa, essendo agronomo e attento ricercatore, oltre che Consigliere regionale. Temi complessi, ma che certamente sono fra le questioni dirimenti e urgenti del nostro territorio. Innanzitutto mi pare che ci siamo liberati un po’ tutti delle tesi complottiste intorno alla Xylella. Non c’è nessuna multinazionale produttrice di pesticidi che vuole l’essiccamento degli ulivi, non c’è il grande speculatore che si vuole comprare tutte le nostre terre, non ci sono le cattive regioni del Nord che hanno pensato bene di stroncare sul nascere il nostro olio di qualità, accompagnato dalla quantità. Niente di tutto questo, ma la crudezza dei numeri: su circa 90.000 ettari di uliveti insistono circa 60.000 proprietari, molti dei quali avevano abbandonato gli ulivi ben prima del patogeno omicida. Tantissimi proprietari con appena un ettaro e mezzo a testa che avevano grandi difficoltà ad unirsi, a fare financo un semplice marchio comune. Ora che la produzione è crollata del 90% ci dobbiamo chiedere che fare dei terreni, degli ulivi, del nostro paesaggio, del nostro entroterra. Prendiamo atto della tempesta perfetta, troviamo i correttivi e andiamo avanti.

Mi è piaciuto l’approccio di Casili sul principio che non si può settorializzare una tale problematica alla sola sfera dell’olivicoltura, ma ho intravisto nel suo studio ancora grossi deficit nell’ipotizzare con chiarezza le prospettive future. Se non è corretto né facile ripiantare tutte le dieci milioni di piante che nei prossimi anni seccheranno senza alcun dubbio, che cosa ci resta da fare? Molto, ma solo se si cominciano a mettere in chiaro delle procedure per l’intera regione Puglia che sappiano giungere al cuore e al cervello di tutti i suoi abitanti. Delle nuove attitudini che possano nel breve far ripartire l’economia e al contempo ripristinare la bellezza del paesaggio. Un paesaggio che è la somma delle complesse attività umane incorporate alle peculiarità del territorio, e che includono ogni aspetto sociologico, geografico e politico.

Sarebbe opportuno partire da alcuni concetti chiari ed efficienti per tutti, a cominciare dai politici agli industriali fino all’ultimo dei disoccupati. Non abbattere i muretti a secco, se necessario riscostruirli con le stesse pietre, sono dei piccoli monumenti da conservare e studiare, non dei residui da sotterrare. Non immaginare sempre nuove strade ma alleggerire il traffico con soluzioni innovative. Far funzionare i Parchi regionali, attualmente attivi solo da punto di vista burocratico. Abbattere decine e decine di case abusive non completate che disturbano da ogni punto di vista. Far funzionare in ogni Comune un efficiente Ecocentro (abbiamo preteso i supermercati aperti 15 ore al giorno, compreso la domenica, e allo stesso modo dovrebbe funzionare un centro raccolta rifiuti…perché no?). Aumentare le pene per i reati ambientali, ma condividendo con i media e i legislatori  la consapevolezza della loro gravità (perché buttare una cicca o un fazzolettino fuori del finestrino dell’auto è considerato meno grave che superare un limite di velocità di 5 kmh?). Bloccare tutti i finanziamenti, tutte le lottizzazioni e tutte le attività sul territorio per i Comuni non ancora dotati di un Piano Regolatore. Attivarsi per superare le quote di assegnazione per nuovi impianti viticoli, in modo da dare nuovo impulso alle aziende produttrici di vini DOC. Finanziare con semplificazioni burocratiche (e bancarie) le aziende olivicole che decidano, per accorpamento o costituzioni di nuove società, di raggiungere dimensioni produttive di un certo livello. Puntare su marchi di qualità che possano diventare riconoscibili a livello internazionale. Creare importanti centri di raccolta delle acque piovane, che adeguatamente depurate possano diventare funzionali alle attività agricole.  

In definitiva bisogna lottare per un Sud propositivo, futuristico, che sappia trovare i nuovi equilibri. Immaginare un paesaggio anche diverso dall’attuale monocoltura dell’ulivo, ma non per questo meno attraente e produttivo. Certo non un Sud arroccato su concezioni di un’agricoltura arcaica, ma neanche generando, con l’ignavia di tutti, un deserto economico e geografico, circondato da oasi-masserie-vip, condite di piscine, piante tropicali e massaggiatori locali.

il Volantino, 14 settembre 2019

Alfredo De Giuseppe

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