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La mia colonna del 2019-04-13


Non credendo all’entità Regione ma alle Province e ai Comuni, in quanto veri riferimenti dell’identità storica e popolare, non posso che accogliere l’invito che a suo tempo lanciò Carmelo Bene di non parlare della Puglia ma delle Puglie. Non per perorare la causa di un ulteriore piccolo ente regionale, più o meno efficiente, più o meno in sovrapposizione con altre istituzioni. No, accetto la provocazione del nostro geniale conterraneo per evidenziare come in effetti le differenze all’interno della Regione sono notevoli e vanno forse per una volta esaltate. Per conoscere meglio questo territorio di circa 20.000 kmq, lungo oltre 400 km e abitato da 4 milioni di persone.

Dalla Treccani:

“il nome Puglia viene da lontano, è antichissimo, all’inizio identificava la parte nord della regione poi divenne sinonimo di gran parte del Meridione d’Italia. Almeno fino all’epoca normanna, comprendeva la Calabria e la Basilicata. Scomparve verso la fine del sec. XIV dalle designazioni ufficiali, pur sopravvivendo nell'uso comune delle popolazioni e nella tradizione letteraria. E i tre giustizierati di Capitanata, Terra di Bari e Terra d'Otranto, che erano stati creati da Federico II, con la sostituzione di quest'ultimo al principato di Taranto della dominazione normanna, rimasero con area presso che invariata sotto gli Angioini, i Durazzeschi e gli Aragonesi; furono durante il dominio spagnolo amputati del territorio di Matera, che passò dalla Terra d'Otranto alla Basilicata (1663)”.

Gli antichi studi geografici dividono la Puglia per lo meno in quattro aree fisiche ben distinte: il Gargano, il Tavoliere, le Murge e la Penisola Salentina. Il frastagliato Gargano che ha rilievi di oltre 1.000 mt a pochi km dal mare e un vasto territorio ricoperto da boschi e macchia mediterranea. Il Tavoliere, un tempo definito granaio d’Italia, una pianura piatta di oltre 4.000 kmq dove oggi si producono pomodori, olio e vino. Le Murge, a loro volta suddivise in diverse aree, anche se la più nota e affascinante è quella delle gravine, con i suoi canyon a strapiombo. La Penisola salentina che è la punta estrema d’Italia, un fazzoletto di terra che racchiude autentici tesori ambientali e storici.

Ma io, seguendo Carmelo Bene, voglio aggiungerne almeno altre due aree, la Valle d’Itria, quella dei trulli e di una grande enogastronomia, e l’Arco Jonico, che coincide con il golfo di Taranto e le sue spiagge. Ognuna di queste aree ha la sua caratteristica, la sua bellezza, la sua storia, la sua lingua, le sue tradizioni. Una ricchezza sedimentata di cose e persone davvero invidiabile. Territori scoperti negli ultimi decenni dal turismo, sia d’élite che di massa. Nei 258 Comuni pugliesi si vive la stagione dell’esplorazione e della nuova identità. Le masserie ristrutturate son diventate dei resort a cinque stelle, terreni abbandonati son diventati campi da golf, centri storici ristrutturati son diventati meta di movide internazionali, spiagge nascoste son diventate cult nel giro di pochi anni, le case son diventati B&B. Artisti di tutto il mondo vogliono avere una dimora in una delle Puglie, ognuno decantando la sua Puglia.

Queste terre hanno superato nell’ultimo secolo l’endemica assenza di acqua, che, oltre alla difficoltà di una qualsiasi coltivazione intensiva, portava epidemie e mortalità infantile a livelli impressionanti. Si iniziò appena dopo l’unità d’Italia, precisamente nel 1868, ad immaginare e progettare quello che poi sarebbe diventato uno dei maggiori e complessi conduttori d’acqua del mondo, l’Acquedotto Pugliese. Insomma ci sarebbero tutte le condizioni per essere davvero il motore del sud. Abbiamo pochi disastri naturali, non siamo un’isola ma siamo a poche miglia da Paesi in cerca di collaborazioni, scambi economici e culturali, abbiamo ferrovie, porti e aeroporti, strade in sovrappiù. Abbiamo intelligenze non comuni, fin dai primi pittori italiani, quelli della Grotta dei Cervi, filosofi e pensatori fin dall’antica Grecia, mercanti levantini, sorridenti e tempestivi, abbiamo letterati e politici di gran lustro e infine abbiamo anche attori, registi e sceneggiatori di gran lignaggio.

In una terra così, se fosse abitata da olandesi o svedesi, ci sarebbe prosperità, lavoro e un po’ di tranquillità. Invece i porti non funzionano, non si sono adeguati al nuovo mondo dei trasporti integrati, gli aeroporti sono di secondo livello, le ferrovie sono quelle di fine ‘800, le strade sono state bombardate negli ultimi trent’anni e mai più riparate. Vaste parti del territorio sono inquinate da un’industrializzazione monca e povera. L’agricoltura non decolla e in questi ultimi anni si è dovuta sorbire da sola il fenomeno xylella. E soprattutto non c’è lavoro, il turismo non pare mai un’impresa duratura ma un’avventura di poche settimane, i ragazzi scappano, i paesi si spopolano e l’antico piagnisteo continua imperterrito ad avanzare.

La Regione Puglia non ha senso, le Puglie invece sono tutte da conoscere, studiare, approfondire. Perché da lì può venire una speranza. Intanto è bene sapere che mentre sto scrivendo queste righe, il Presidente Michele Emiliano lavora in ogni direzione, con infaticabile solerzia, alla sua prossima ricandidatura.  

Il Volantino, 13 Aprile 2019

Alfredo De Giuseppe

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