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La mia colonna del 2019-03-02

Si parla diffusamente in questo momento di dare “maggiore autonomia” alle Regioni. Come tutte le riforme degli ultimi anni, anche questa viene condita da una rassicurante espressione linguistica, da due slogan facili ad uso e consumo dei fans e da quattro veloci comparsate televisive. Cosa c’è dietro queste parole vuote, che pure sembrerebbero andare verso i desideri degli italiani? Emerge con chiarezza l’antica voglia delle parti più ricche del Paese di non condividere il proprio benessere con altre zone più povere, (che invece accettano il tutto come destino incontrovertibile). Questa eventuale (sciagurata) riforma si innesta però in uno Stato complesso dal punto di vista istituzionale, burocratizzato e parcellizzato. Si vuole, ancora una volta, aggiungere un qualcosa senza toccare quello che di sbagliato e non funzionante sopravvive sulle nostre teste.

L’Italia, dopo la sommatoria di tentate riforme, da un punto di vista istituzionale ha questi numeri: 7.915 Comuni, 80 Province oltre a 14 aree metropolitane e a 13 ex provincie delle Regioni a Statuto speciale, per un totale di 107. Poi ci sono 20 Regioni di cui 5 a Statuto speciale. Nel 2014 è stato introdotto il concetto di Area Vasta, di cui al momento non si conosce il numero effettivamente operativo. Non possiamo dimenticare però che all’interno di questi Enti vi sono una pletora di organismi da far paura: 87 ATO (ambiti territoriali ottimali) per i Rifiuti; 69 ATO Acqua; 48 Autorità di bacino; 150 Consorzi di bonifica; e poi infine circa 3000 società partecipate a vario titoli da Enti Istituzionali.

Ora, a parte il salutare ripasso di Educazione Civica, c’è da chiedersi: può reggere tutta quest’impalcatura? Ci sono i fondi necessari? C’è La giusta competenza e le corrette responsabilità amministrative su ogni singola decisione operativa? Partiamo da un solo esempio: nel 2014 Del Rio firmò una riforma che prevedeva l’eliminazione delle Province; il referendum del 2016 bocciò tale riforma lasciando le Province in una specie di limbo, come Ente di secondo livello non votato dai cittadini ma dai consiglieri comunali di ogni Comune. Nel frattempo sono stati ridotti drasticamente i finanziamenti annuali da parte dello Stato centrale, lasciando loro però la piena competenza su strade provinciali e scuole superiori. In pochi anni si son visti gli effetti: ponti caduti, scuole senza manutenzione, strade interrotte e ormai senza alcuna cura. Del resto in capo alle Provincie ci sono 132mila chilometri di strade e 1918 ponti (di cui 802 presentano segnali di usura e pericolo) e 5.100 scuole (di cui ben il 60% senza certificato incendi).

Un serio programma di governo dovrebbe iniziare dalla riflessione su questi dati. Lì dentro c’è la vita delle persone e la possibilità di una vera spending-review. Se ci fosse in Italia una forza politica capace di approfondire gli argomenti, di formare una classe dirigente accorta e tecnicamente preparata, di affrontare il giudizio degli elettori senza abbindolarlo con promesse eclatanti, se tutto ciò fosse reale, noi potremmo avere finalmente l’idea di uno Stato più organizzato, più efficiente, più vicino ai nostri bisogni. Nell’epoca del web molte soluzioni organizzative vanno ripensate, alcune cose eliminate, a quasi tutte va tolta quella patina ottocentesca (timbri, marche da bollo, atti notarili) che blocca ogni vera innovazione.

Tanto per giocare, comunque dico la mia. In un futuro non tanto remoto, stando dentro un’Unione Europea sempre più politica, vedrei i Comuni come entità non inferiori a 30.000 abitanti: oggi ci sono Comuni di mille abitanti che necessitano della stessa organizzazione, di uffici e funzioni dei Comuni di centomila abitanti. Rafforzerei poi il ruolo delle Province: in primis è l’identificativo reale e storico per ogni abitante italiano; questo Ente potrebbe incorporare una serie di attività oggi demandate ad altri Enti, vedi l’organizzazione provinciale della raccolta dei rifiuti, dei consorzi di bonifica ed altro. Le Province hanno già sedi storiche, competenze e organizzazioni per spiccare un salto di qualità. A questo punto eliminerei le Regioni, come vero Ente inutile in quanto dovrebbero essere le Province ad interfacciarsi con i vari ministeri, che avrebbero il compito di uniformare le modalità operative di ogni comparto in tutta Italia. La sanità uguale in tutto il Paese, così come la scuola, l’assetto del territorio, le tasse, gli stipendi, le pensioni e i trasporti. Non venti diverse Italie ma una sola, ben strutturata, coordinata con l’Europa, la nostra grande casa madre. Insomma un progetto di nazione che è quasi l’opposto di quanto progettato in questi ultimi trent’anni, durante i quali seguendo le sirene secessioniste di Bossi si è continuamente minato il concetto di Stato unitario e di comunità coesa.  Non maggiore autonomia a potentati locali, ma un’efficiente organizzazione statale, meno costosa e meno parcellizzata dell’attuale. Se ci fosse una seria forza politica, che davvero volesse cambiare l’Italia e non inseguirla nelle sue peggiori pulsioni… 

Il Volantino – 2 Marzo 2019

Alfredo De Giuseppe

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