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La mia colonna del 2018-09-29

In questi giorni, a reti unificate, si ricordano i 50 anni dalla morte e i 100 dalla comparsa delle stimmate di Padre Pio.  Non staremo qui a dibattere sulla santità del monaco di Pietrelcina. Né dibatteremo a lungo su quanto scrisse Padre Gemelli (laureato in medicina e psicologia) già nel 1920 dopo una visita approfondita sulla personalità di Padre Pio: “uno psicopatico ignorante che indulge in automutilazione e si procura artificialmente le stigmate allo scopo di sfruttare la credulità della gente". Né disquisiremo sulla sua cultura, sulla sua arretratezza, su alcuni pettegolezzi relativi alle donne che lo accudivano. Tutte cose che fecero scrivere a papa Giovanni nel 1960: “… un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente”. Negli anni mi sono convinto che ognuno può credere in ciò che vuole, in ciò che è vicino alla sua tradizione, alla sua necessità interiore. Nei secoli l’uomo, a seconda delle latitudini, ha creduto a tutto e al contrario di tutto, a santoni e guaritori, ha ucciso e invaso territori per diffondere la vera religione. Ancora oggi si contano almeno 10.000 religioni, sette e credenze diverse, che coinvolgono circa l’80% della popolazione mondiale. Specialmente nei momenti di difficoltà esistenziale, autoconvincersi di cose impossibili è un esercizio probabilmente utile e necessario.

In ogni caso non parleremo qui dei vari personaggi dello spettacolo che si presentano in TV a dirsi devoti e quasi sempre miracolati da Padre Pio. Non affronteremo i dilemmi legati alle personalità dei vari Pippo Franco, Katia Ricciarelli, Massimo Giletti, Orietta Berti, Lino Banfi e via dicendo, in un crescendo di un misticismo miscelato con l’avanspettacolo. Non parleremo di loro perché in effetti quasi tutti, nella loro pochezza artistica, sono stati miracolati da un successo che a loro stessi appare inspiegabile e potrebbe essere oggetto in futuro di analisi e revisioni storiche.

Quello che è interessante, invece, è quello che mostrano i nuovi politici di fronte ad apparizioni, guarigioni, profezie e statue piangenti. Ho visto il Premier Giuseppe Conte, di fronte a Bruno Vespa, tirar fuori dal taschino l’immaginetta di Padre Pio. Lui che da giovane ha vissuto a San Giovanni Rotondo non poteva non essere affascinato dalla figura carismatica del frate. Luigi Di Maio, giovane vicepremier, pur essendo super devoto di San Gennaro e dell’ampolla che diventa sangue vivo, non disdegna di rivolgersi a Padre Pio per risolvere alcuni problemi che appaiono complessi persino alla sua mente. Matteo Salvini, vice premier della Lega, praticamente da sempre in politica e quasi sempre al governo, ha giurato sul Vangelo e sul Rosario di fare gli interessi degli italiani, che coincidono, secondo lui, con la santificazione dei buoni e giusti, purché bianchi e cattolici. (Anche contro il parere di Papa Francesco).

La domanda è: perché questi nuovi politici, sprinter e decisionisti, sentono il bisogno di esporre in pubblico le loro credenze religiose? Ricordo di aver scoperto di Moro che andava ogni mattina in Chiesa dalle cronache del suo rapimento. De Gasperi che pure aveva vissuto in Vaticano durante la guerra non parlò mai in pubblico delle sue devozioni e preghiere. Così come Togliatti o Pertini non ostentavano il loro ateismo. Spadolini era laico per definizione. Di Craxi non ho mai saputo alcunché in merito: fece il nuovo Concordato per ragioni tecnico/storiche. Tutto iniziò con Berlusconi: di lui sapemmo subito quanto fosse buono e religioso: aveva una zia suora, un amico prete (Verzè del San Raffaele) e la Messa in villa, quasi tutte le domeniche tranne il giorno delle cene eleganti.  A quel punto per non perdere il treno popolare esposero la loro piena religiosità anche i vari D’Alema e Veltroni. Ed oggi ecco le continue esternazioni dei politici dell’auto-proclamata Terza Repubblica, dove vige un misto di Stato etico-confessionale con la comunicazione rapida di un twitt. Senza approfondimento fa comodo anche dimostrare di essere un fervente religioso, un buon italiano, legato alla famiglia e alla conservazione. Passare per un credulone un po’ fanatico non ha più importanza, perché al massimo lo noterà un élite pensante di cui al momento il Paese non sente alcun bisogno. Siamo in attesa di miracoli e, probabilmente, avremo presto le stimmate a Di Battista e il silenzio contemplativo di Renzi.  

Il Volantino

Alfredo De Giuseppe

 

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