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La mia colonna del 6 Ottobre 2018

Sin dal primo momento ho guardato con interesse le mosse, le strategie e le dinamiche del Movimento 5 Stelle, fin da quando era ancora semplicemente il Blog di Beppe Grillo. Ricordo benissimo che nel 2008, quando ero responsabile di un movimento civico dal nome PES, alcuni amici mi consigliavano di entrare in contatto con il Grillo, che ormai fungeva da cassa di risonanza a tutti le organizzazioni locali che contrastavano l’opprimente potere della casta italiana. Certamente ho letto tutti i suoi post per almeno un quinquennio, ho letto libri da lui consigliati e altri scritti su di lui. Nonostante la simpatia, e nonostante vedessi avvicinarsi a quel movimento un numero considerevole di persone che mai avevano fatto politica (per diffidenza, pigrizia o paura), mi lasciava perplesso la fondazione di un movimento politico basato su un uomo solo, per di più risentito con il mondo mediatico per motivi personalissimi, ora tragici, ora comici.

Mi attraeva la novità di un qualcosa che nasceva in modo originale, che si evolveva insieme agli smartphone, ma al contempo mi preoccupava l’umoralità che tale scelta comportava, in ogni caso distaccata da possibili interdizioni, basata sulla sola volontà del capo, che qui diventava attore, guru, garante e rivoluzionario. Quando poi dietro Grillo è spuntata la Casaleggio (di cui Beppe non ne aveva mai fatto cenno sul suo stesso blog), ho avuto la netta sensazione di un grande bluff che si sarebbe ancora una volta consumato sulla pelle di persone (il popolo) più o meno coscienti che si sarebbero innamorate di slogan e atteggiamenti ad effetto, ben studiati sul piano del marketing, ma vuoti nella sostanza. Infatti man mano che il movimento cresceva, emergeva sempre più la difficoltà di un programma coerente, che avesse un minimo di piano strategico-costruttivo, anche al di là degli schemi partitocratici di destra e sinistra. La crescita di consensi è stata continua, anche in virtù del dissipamento della destra affidata all’equivoco permanente di Berlusconi, e della sinistra che voleva inseguire le ricette della destra vincente, sorreggendo i propri valori storici unicamente con frasi ipocrite.

In ogni caso il M5S riusciva a lanciare messaggi che lo portavano più a sinistra del PD, tipo Gino Strada o Stefano Rodotà Presidenti della Repubblica e l’energia pulita incentivata ai massimi livelli, o ancora la revisione dell’architettura istituzionale ai fini dell’efficienza e la teoria dei rifiuti zero. Dario Fo, Milena Gabanelli, Salvatore Settis erano gli eroi del movimento che reclamava gente per bene, competente, che avesse dato prova negli anni di autonomia intellettuale e scelte radicali, che sapesse combattere, anche da solo, contro una mortificante partitocrazia (peccato che oggi si siano ridotti a Gianluigi Paragone).

Però man mano che la platea si ampliava, emergeva una confusione che trovava la sua sintesi solo in una rabbia indistinta mista a promesse mirabolanti di ricchezza diffusa, togliendo qualche privilegio e qualche balzello (vedi lunga battaglia sui vitalizi). Ad ogni mese cresceva la diffusione di notizie farlocche, tipo quelle sui vaccini o la chiusura dell’ILVA, e soprattutto cresceva la voglia giustizialista, razzista e sbracata della solita destra italiana, che stava trovando in Salvini il nuovo efficace condottiero senza macchia e senza paura.

Ora che il M5S è al Governo, è subentrata la sindrome da prestazione, la voglia di fare, senza avere però una bussola complessiva, che non sia la solita, quasi patetica, volontà della ricerca del consenso popolare. (Perché il consenso popolare, misurato con sondaggi e like vari non fa governare, ma solo assecondare le pulsioni del momento). Il crollo del ponte di Genova del 14 agosto, la gestione della crisi e il decreto che ne è venuto fuori sono la metafora perfetta di una serie di distorsioni intellettive ormai difficili da correggere. Ad oggi non vi sono tempi certi, non c’è un vero progetto di ristrutturazione dell’area, non c’è la corretta dinamica fra Stato ed Enti locali. Inoltre il ministro Toninelli, il minuto dopo il crollo, si è lanciato nella seguente iperbole: “non faremo ricostruire il ponte a chi l’ha fatto crollare”. Questo mantra, ripetuto migliaia di volte, ha finito per bloccare ogni seria ipotesi di veloce ricostruzione. In un paese civile il ponte si deve far ricostruire ad Autostrade spa, con tempi certi e prescrizioni serie. Poi si verificano i vari livelli di responsabilità, ed eventualmente si richiedono i danni o si revoca la concessione. Tutto il resto è demagogia all’ennesima potenza, giocata sulla pelle di una città che sta per andare in ginocchio. Il ponte si ricostruirà con lentezza, incastonato fra cause e burocrazie di vario livello.

Il M5S che doveva innovare l’Italia è nella melma e non sa come uscirne. Tutti noi siamo in attesa di cose ben fatte, di cose serie. Le pulcinellate hanno già fatto tanti danni a questo Paese: siamo tutti su un ponte che sta per crollare, o si ragiona col cervello o andremo tutti giù. Tutti insieme.

il Volantino

Alfredo De Giuseppe

 

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