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La mia colonna del 8 Settembre 2018

Molto ho lavorato, molto ho riflettuto durante quest’estate. Su me stesso innanzitutto, e anche sul me stesso che scrive questa rubrica, che trascina una specie di diario di bordo, di politica e di vicissitudini: ha ancora senso? Me lo sono chiesto più volte. Anzi più volte sono stato sul punto di scrivere una mail di questo tenore: “Caro Alessandro, mio insuperabile direttore, sarà forse colpa della mia ormai storica e risaputa incapacità di essere costante, ma penso che sia meglio per tutti chiudere qui la collaborazione con il tuo giornale, che pure continuo a ritenere importante per la nostra città”. Del resto non puoi agire come un professionista della scrittura se non lo sei (perché in verità non sono professionista di nulla e ho sempre visto con ammirazione i professionisti di qualcosa), né puoi fare il ragazzino se ti cadono i denti o l’osservatore della realtà circostante se ormai sei confuso dentro un caleidoscopio impazzito.

I social tipo facebook (ma ormai ce ne sono una decina) si sono rivelati una fucina di idiozia collettiva mai vista prima perché mai resa così pubblica e così esplicita. Sono strumenti dediti all’offesa continuativa, che poco aggiungono alla conoscenza e alla diffusione di buone pratiche o buone idee. Anche l’ironia è ormai sconosciuta, resta lo sfottò (se va bene) e l’ingiuria come metodo di confronto. Non va meglio nei gruppi chiusi di WhatsApp, dove per una faccina sbagliata c’è sempre chi si offende, chi se ne va e chi afferma la propria superiorità. Pare succeda nei gruppi fra genitori di scolari, fra politici amici, ma anche fra sacerdoti e fra medici. Siamo diventati tutti permalosi, tutti attenti alla nostra dimensione pubblica che invece è già devastata da decine di cose che ci son successe in questi anni, senza che ne avessimo timore.

La difesa della privacy, ad esempio, è una chimera, una battaglia persa al momento dell’ingresso dei colossi del web. Chi crede ancora che tutti i nostri dati non siano comunque profilati e gestiti è un sempliciotto che ama vivere nel passato. Allo stesso modo il mantra politico di questi ultimi anni, la democrazia diretta, è un grande bluff, qualcosa di spettacolare che pare condizioni ormai tutte le nostre scelte: i nuovi politici sono ancora più deresponsabilizzati di prima, perché ogni scelta dovrebbe essere esaminata da milioni di utenti per avere una patente di correttezza. Per cui invece di sbrogliare l’incredibile e costosa matassa di competenze istituzionali (Le Regioni ad esempio?), i nostri nuovi politici passano il tempo a sfogliare la margherita quotidiana del social più visibile: in un servizio dell’Espresso del 26 agosto sui nuovi padroni della comunicazione politica c’è un virgolettato che vale più di un programma ben ideato: “il principio di realtà è un paradigma sopravvalutato. La realtà è una percezione, un racconto ben fatto. E oggi noi della Lega e della Casaleggio costruiamo la realtà più credibile”.

Un periodo in cui crollano ponti e chiese, a conferma che le preghiere non bastano se hai barato sul cemento o sul legno. Così come non bastano le preghiere per superare lo shock di un papa contestato e amato, esattamente come un politico, ormai lontano da una sacra insindacabilità. E mentre dobbiamo decidere se l’Italia può ancora essere un paese industrializzato o deve diventare un gigantesco parco giochi per minorati mentali, siamo qui ad assaporare il giustizialismo dell’ignoranza, la rivendicazione dei numeri due, di quelli bocciati anche alle selezioni del grande fratello.

E noi che immaginavamo un futuro migliore, che contestavamo il clientelismo, che amavamo la scienza e la competenza, sapevamo già quanto male si stesse facendo al territorio, di quanta corruzione fosse pervaso il nostro sistema, di quanta distanza ci fosse con civiltà più avanzate, di quanto scetticismo fosse condita la nostra vita quotidiana, di quanto coraggio ci sia voluto per non mandare tutto affanculo, noi siamo qui, quasi senza parole, quasi spauriti in mezzo ad un mondo destinato a ripetere gli errori di sempre, date le premesse attuali, dati gli sforzi per distruggere l’idea europea, gli imperituri sforzi compiuti in questi ultimi anni dagli intelletti semplici (finalmente popolari) andati al potere in tutto il mondo.

In questo marasma generalizzato non è facile trovare una propria cifra stilistica, una propria dimensione sociale, o almeno una visione costante. Forse puoi farlo in una dimensione privata, artistica, fuori dai rumors e dalle pochezze. Rinvio l’idea dell’abbandono, perché, “dati causa e pretesto”, è il caso di vedere come va a finire. Non escludo, ma solo per la mia endemica volatilità, di lasciarti senza avvertirti, caro Direttore, perché anche una spiegazione sarebbe senza senso.

il Volantino

Alfredo De Giuseppe

 

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