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La mia colonna del 1 Giugno 2018

Sabato 26 maggio ho partecipato a Tiggiano ad un Convegno dei giornali editi dalle Pro-Loco italiane. Domenica 27, dal pomeriggio fino a tarda sera, ad una bella Festa di Maggio, organizzata soprattutto per i più piccoli, a Tutino presso la Chiesetta della Madonna della Pietà. Due cose diverse, ma che hanno lo stesso sapore, lo stesso comun denominatore: brave persone italiane che mantengono viva la diversità, che coltivano la partecipazione, che resistono all’invadenza globalizzante di tutti i mezzi meccanici, tecnologici e telematici. Nel corso della giornata a Tiggiano, anche nella mia veste di moderatore, ho avuto modo di parlare con molti uomini e donne provenienti da tutta Italia, dal Friuli alla Sicilia.  Tutti innamorati del loro paesello, tutti volontari, senza stipendi e senza rimborsi. Eppure impegnati in una specie di lotta contro l’indifferenza, contro l’abbandono, contro lo spopolamento. Perché uno dei gravi problemi dell’Italia è che molti di questi piccoli borghi sono vicini al collasso per assenza di bambini, quindi di scuole, biblioteche, negozi, alberghi e ristoranti. Luoghi bellissimi, spesso teatro di vicende storiche rilevanti oppure antiche dogane o ancora dimore reali durante estati bollenti, destinati alla “chiusura per KO tecnico”. Un’Italia minore, si direbbe. Invece no: è una locuzione che è stata smentita dai presenti. È forse l’unica Italia vera, quella delle piccole comunità, che si stringe intorno a quel poco che resta, che resiste, che tenta di creare un senso positivo del nostro essere cittadini. Resistere forse è il verbo più consono, nei giorni spaventosi di una crisi della politica che non riesce a prendersi le proprie responsabilità di governo, che non trova il modo di darsi delle regole di buon senso, che non riesce a costruire e trasmettere un vero spirito di bene comune.

Domenica 27 maggio, mentre il prof Giuseppe Conte, saliva e scendeva dal Colle del Quirinale, ero a Tutino, ad una festa poco più che rionale, una festa fatta di poco (perché di poco si vive). Il tiro alla fune di bambini che avevano momentaneamente abbandonato lo smartphone, giochi agli scacchi giganti, due frise al pomodoro, l’immancabile peperonata (sciuttiddu), un gruppo di ragazzi che suonano una bella musica. E soprattutto, ancora una volta, un certo numero di persone che resistono, concedendo tempo e fatica, che creano comunità, che hanno trovato il modo di divertirsi senza ingigantire problemi, frizioni e disinteresse.

Mentre ero lì, le breaking news continuavano a susseguirsi sul mio cellulare, senza sosta: dimissioni, nuovo governo, nuove elezioni, dichiarazioni di fuoco, battaglie costituzionali, furbate mondiali, e Balotelli torna in Nazionale. Ad un certo punto, ho spento tutto, mi sono anch’io rifugiato per almeno trenta minuti dentro la rassicurante certezza delle origini, di luoghi sempre amati e rispettati, di persone speciali che non vanno mai dimenticate. La festa di Maggio di Tutino, nel bel mentre di una tempesta politica devastante, è diventata un rifugio sicuro, un luogo dove ritrovarsi per difendersi, per ripensarsi. Almeno per un po’, almeno per il tempo di tre canzoni. La crisi della politica è la nostra crisi, il cellulare si riaccende, le volgarità si sprecano, le ignoranze in pochi caratteri sono la legge dominante, la volontà di cambiare davvero, rinunciando tutti a qualcosa, è una strada che pochi vogliono percorrere.

Segnali di positività arrivano, per ora, solo da piccole cose. Piccole comunità che si impegnano, piccole feste che creano armonia, piccole gioie che se ne vanno senza lasciare il retrogusto amaro. Se uno mi chiede da dove ricominciare, direi, da qui: da facce antiche, persone perbene, comunità coese, da una canzone e da un libro, piccole gioie senza il retrogusto amaro.

il Volantino

Alfredo De Giuseppe

 

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