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La mia colonna del 26 Maggio 2018

Prima di commentare il nuovo governo che verrà, è il caso che mi soffermi un po’ sul PD e sulla sinistra in generale. Perché ha avuto senso essere di sinistra e perché ora è così perdente in tutto il mondo? Queste due domande me le son fatte non oggi ma qualche anno fa, quando ebbi la sventura per qualche mese di avere la tessera del PD (tanto per vedere l’effetto che fa). Rispondo oggi, come risposi a me stesso a quel tempo.

Essere di sinistra non significava appartenere ad una sigla definita ma avere dei valori di fondo ben precisi: un governo per migliorare la vita di tutte le persone, dando le stesse opportunità di partenza a tutti i suoi abitanti, da Nord a Sud; la costante ricerca della cooperazione mondiale; il rifiuto aprioristico della guerra; esaltare le differenze storiche e sociali ricercando modalità di comuni gestioni politiche (Stati Uniti d’Europa per esempio); accettare le diversità culturali, sessuali, linguistiche di ogni singolo individuo; un’equità sociale che comprenda tutti, senza dividere gli uomini in categorie (operai, artigiani, precari o professionisti); una costante moderazione delle pure leggi di mercato, dove vincerebbe sempre e comunque solo il più forte; una visione laica della vita, lontana dalle strumentalizzazioni e dalle credenze religiose; un’attenzione sincera all’ambiente, alle arti, alla scienza, al nutrimento dell’animo attraverso le proprie passioni; una seria opposizione infine ai portatori di guerre, ai militaristi, ai sovranisti, ai razzisti, ai mentitori seriali, ai propagandisti del catastrofismo, ai mafiosi e ai politici corrotti, agli ignoranti istruiti e ai demagoghi faciloni. Questi e altri ancora i valori di una sinistra che non è partita con Marx ma ha radici più profonde, forse nelle filosofie orientali, fatte proprie anche dal cristianesimo (evoluzione dell’ebraismo che esprime ancora dei concetti più primitivi sulla convivenza civile). Essere di sinistra ha significato per molti avere un sentiero da seguire, un percorso duro, che a volte necessitava delle fermate, ma che certamente voleva arrivare ad una giustizia in terra.

Ad un certo punto, invece, si è cominciato ad inseguire le destre mondiali sul loro stesso terreno, ad annacquare le proprie convinzioni, forse sazi di benessere, chiusi nei propri egoismi nazionali e personali, persi fra una cena di classe e un cappotto comprato a New York. In quel contesto vengono fuori i Blair e poi in ogni paese i vari Veltroni. In Italia nasce il PD con la fusione fra gli eredi della vecchia Dc che non trovavano più casa, divisi in mille rivoli e decine di sigle e quelli del PCI che, una volta caduto il muro di Berlino, non riuscivano a rielaborare una nuova sinistra se non quella della supina accettazione delle regole del roboante capitalismo, dal riarmo mondiale alla turbo-finanza. Il PD fin dalla sua nascita, oltre ad essere un partito diviso in due e quindi sempre alla ricerca di una sintesi che non ci poteva essere, è stato il partito delle guerre fra bande, tutti in lizza per un posto che desse subito visibilità e quindi “poltronismo” sfrenato. Nelle sezioni, dal 2007 ad oggi, si è trascorso il 95% del tempo a discutere di elezioni interne, primarie, voti per l’assemblea provinciale e nazionale, liste per ogni tipo di elezione e ricorsi in ogni dove per la corretta applicazione dello Statuto. Insomma un ginepraio di discussioni tutte interne al partito, senza nessuno sguardo a ciò che nel frattempo succedeva là fuori, dove il mondo cambiava in fretta e le disuguaglianze aumentavano ogni giorno di più. La casta come unico riferimento, il potere per il potere, soldi e privilegi, spacciati per democrazia partecipata. Il renzismo certificava definitivamente una tale impostazione e quindi, a quel punto massimo, la sua naturale caduta.

Un progetto errato fin dalle sue fondamenta (idee) che non poteva reggere l’urto dei nuovi bisogni, delle nuove paure cavalcate dalle destre con insistenza, moltiplicata da social media, sempre più megafono di una società senza punti di riferimento. Ora, invece di macerarsi in ulteriori inutili assemblee di posizionamento, ci sarebbe un’unica possibilità per la sempre debole democrazia italiana: creare un vero partito di centristi (parte di Forza Italia e parte di PD) e un vero partito della sinistra (tutte le siglette più parte del PD) per attrarre di nuovo giovani e lavoratori, magari con proposte forti, innovative, che diventino veri ideali di lungo periodo e non solo slogan tattici per un governicchio balneare. C’è ancora spazio per dare forma a sogni intorno a un pianeta migliore, ma ci vuole qualcuno che li sappia interpretare, condire, esplorare.

 il Volantino

Alfredo De Giuseppe

 

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