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La mia colonna del 21 Aprile 2018

Pati Luceri vive a Martano, è professore di Storia, insegna al Liceo Scientifico di Tricase. È uno di quei rari casi, residuali, di professore militante, quel misto appassionante di storico che cerca di spiegare gli errori commessi dall’uomo e un operativo sul territorio che cerca di riportare le sue idee nella quotidianità salentina. Lui non è asettico, non può notare un’ingiustizia, un genocidio, un’assenza di democrazia senza farla propria e iniziare una battaglia di informazione (o controinformazione). Regalando la sua passione ai suoi studenti, ai suoi compagni, a tutti noi. Lo fa con tenera passione, pur sapendo che a volte quella è una battaglia inutile, pur sapendo che il più delle volte rimarrà solo. Però Pati Luceri è anche uno storico a tutto tondo e dalle sue ricerche sono venute fuori conoscenze esatte su nomi e circostanze riguardanti soprattutto la Resistenza e le Foibe.

Con lui è nato un rapporto quando cercai di approfondire la questione curda per scrivere un racconto intorno ad una ragazza di Dogubeyazit, che si era ritrovata, dopo varie vicissitudini, a vivere a Presicce. Il professore è uno dei massimi esperti italiani, conosce bene la storia di quel popolo, le sue disavventure, le sue battaglie, le guerre che sta ancora combattendo. Non è un caso che Luceri anni fa abbia pubblicato, fra gli altri, il primo dizionario curdo-italiano. A casa sua, più volte, mi parlò, mi diede documenti, mi aiutò a comprendere meglio i confini di quella battaglia. Parlammo della rivolta di Dersim nel 1936 e l’instaurazione della Repubblica di Mahabad del 1946, entrambe soffocate con sangue e deportazioni.

Il 5 aprile 2018 l’amico Pati mi ha invitato presso la sala Conferenze del suo Comune per ascoltare la testimonianza di due volontari italiani appena tornati dalla Siria del Nord, ma soprattutto per evidenziare ancora una volta l’aggressione dello Stato turco di Erdogan ad Afrin, nell’indifferenza quasi totale dei media occidentali. Alla fine il vero interrogativo della serata era: perché noi Occidentali esaltiamo a singhiozzo i diritti dei popoli, i valori di democrazia e libertà? Lo facciamo solo quando ci conviene o siamo diventati solo ignoranti? In quella serata ho fatto un tuffo in quel sano internazionalismo di cui avremmo bisogno, per uscire dal nostro guscio, per comprendere davvero come schierarci nel mondo che verrà. Perché la sfida all’autodeterminazione del popolo curdo è in realtà una sfida molto più grande: è in gioco la libertà delle donne, la democrazia reale in Paesi complessi, la fine delle guerre di posizione, la fine dei massacri compiuti con armi più o meno sofisticate, la consapevolezza del ruolo europeo.

Tutto questo pensavo quando Trump, con l’aiuto di Francia e Regno Unito, decideva nella notte del 14 aprile di lanciare dei missili per colpire Assad, reo di aver usato armi chimiche. Mi chiedevo: chi si interessa davvero della sorte di quei popoli? Sono interconnessi con noi? Questi scenari sono così lontani da non impattare su quella che si definisce immigrazione incontrollata? Come mai ci aggrappiamo a loro solo quando vogliamo combattere estremismi e stati totalitari?

Noi oggi avremmo bisogno di comprendere meglio le realtà degli scenari internazionali che ci riguardano, non essere solo spettatori passivi, avremmo bisogno di vivere quell’ideale, per schierarci, noi italiani, noi europei, dalla parte giusta, che sarebbe certamente quella del popolo curdo. Un popolo che dopo la liberazione di Kobane è stato di nuovo abbandonato al suo destino, alle grinfie di un Erdogan sempre più aggressivo e dittatoriale. Avremmo bisogno che i nostri giovani conoscessero già a scuola le dinamiche, sempre in movimento, della politica internazionale, perché è importante decodificare il proprio presente. Se traducessimo internazionalismo con umanesimo saremmo pronti a difendere quei combattenti e quelle donne curde, unica speranza di un’area devastata da decenni da guerre e genocidi. Avremmo almeno un obiettivo chiaro su cui lavorare invece di vivere questa nebulosa indistinta che ci ha fatto diventare tutti incoscienti e indifferenti. Qualche decennio fa si è sfilato per il Vietnam, il Sud Africa o contro la guerra in Iraq: quell’esercito pacifico di intellettuali, studenti, operai e artisti sembra si sia arreso.

Ora in Italia si discute solo se Salvini è meglio di Di Maio, senza sapere davvero quali sono le loro idee. Anzi senza sapere se hanno idee in merito. Servirebbe forse, a tutti e due, e non solo a loro, qualche lezione del prof. Pati Luceri, di Storia, certo, ma anche di passione e tolleranza. Forza, ce la possiamo fare.

il Volantino

Alfredo De Giuseppe

 

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