034 - I manifesti elettorali - 2018-03-03

Questa campagna elettorale ha definitivamente sancito la fine della carta stampata, dei manifesti, dei faccioni attaccati sotto i ponti e sui muri delle case abbandonate. Ormai bastano i social network, la televisione e la radio. In verità, a volte bastano gli insulti per mantenere alto il proprio carnet di voti. Uno di Casapound ad esempio basta che dica: “bolliamo al vapore tutti ‘sti negri del cazzo” ed è sicuro di ricevere qualche migliaia di like sorridenti su Facebook, di fomentare un ulteriore disagio in chi legge, di ricevere i voti di chi pensa davvero che i guai italiani partano tutti dall’immigrazione. Un manifesto in sé non riuscirebbe a raggiungere una così imponente platea e non riuscirebbe neanche a farci rabbrividire così tanto. Con i nuovi media il livello di sdoganamento dell’antipolitica o meglio dell’antipolitically correct, iniziato oltre venti anni fa con Berlusconi è ormai giunto ad un suo apice, ed è pronto di nuovo a farsi sentire, a governare forse questo paese, profondamente destrorso nella sua pancia. La scellerata ultima legge elettorale, definita Rosatellum, ha fatto il resto: nessun candidato ha necessità di farsi conoscere e apprezzare, basta mettere una croce sul simbolo. (Analfabetismo di ritorno). Inoltre ogni partito che raggiunga il 3% sente di essere l’ago della bilancia della presunta futura governabilità. Una parola che tradotta in pratica significa non decidere mai niente di concreto che vada verso la soluzione di problemi italiani, atavici, recenti, strutturali e culturali. E i social sembrano fatti apposta per veicolare i messaggi più retrivi, i concetti più barbarici, le logiche più infantili, con tutto il corollario di notizie false o artatamente modificate. Dobbiamo tutti farci un’autocritica: facebook non ha migliorato la conoscenza, ha solo diffuso più velocemente le cazzate di tutti noi. Non c’è democrazia diretta dove gli unici puntelli sono l’insulto e il livore, l’arroganza e la semplificazione di pancia. O forse i social hanno smascherato definitivamente quello che il Paese reale è: un popolo alquanto immaturo e ignorante, governato per settant’anni in modo clientelare, mai veramente convinto della piena democrazia, un po’ anarchico, un po’ cialtrone con l’aggravante di avere il contorno storico, monumentale e artistico più importante del mondo terrestre. In piazza non ci sono più comizi e In tv non si fanno neanche più i confronti, non ce n’è bisogno, ognuno ha la sua strategy comunication che non deve essere intaccata mai, né da domande e risposte davvero interessanti, né da dibattiti fra leaderini vecchi o imboccati, né da contributi esterni di esperti e intellettuali (che infatti sono stati completamente assenti da questa tornata elettorale).

Però Tricase ha voluto dare un segnale diverso: il manifesto esiste ancora, va solo gestito al meglio. Due importanti manifesti, soprattutto, vanno presi in considerazione. Il primo dell’U.S. Tricase, presieduta dal candidato Antonio Raone, che crea la giornata Pro-Tifosi, cioè tutti gratis allo stadio, proprio l’ultima domenica di campagna elettorale. Manca solo la pasta, i pelati e un piatto di lenticchie e poi possiamo dire di essere tornati ai tempi del Presidente del Napoli Calcio, Achille Lauro. (Populismo di ritorno). Il secondo invece è il manifesto della Città di Tricase: dieci giorni prima delle elezioni, nelle varie e desolate plance comunali l’Amm. Comunale ne ha affisso uno bello grande per la scomparsa della madre dell’Assessore Regionale Totò Ruggeri, inaugurando così una nuova stagione di condoglianze istituzionali che comprenderanno in futuro padri, madri, fratelli, sorelle, cognati e parenti tutti di dozzine di onorevoli, senatori, assessori regionali e provinciali, di presidenti di vari consorzi, di partecipate e di partiti politici di ogni ordine e grado. Magari però solo in campagna elettorale, tanto per affiggere almeno qualche manifesto del politico quasi amico. Spigolature forse, in attesa del voto, ma significative della nostra situazione: non ci facciamo mancare nulla.

La mia colonna -il Volantino, 3 marzo 2018

Alfredo De Giuseppe

 

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