Real time web analytics, Heat map tracking

La mia colonna del 18 Novembre 2017

Nel 1978 succedevano molte cose: Aldo Moro veniva rapito e ucciso; Peppino Impastato veniva fatto saltare su un binario ferroviario; veniva approvata la legge Basaglia sulla chiusura dei manicomi; al cinema davano “il cacciatore” uno dei capolavori assoluti di Michael Cimino; Mina appariva per l’ultima volta in TV; Papa Luciani prima eletto e poi morto; Andreotti governava a Roma, a Tricase era sindaco prima Cassati e poi Serrano; e io avevo vent’anni. Succedeva un’altra cosa importante: veniva finalmente appaltato il risanamento della zona “Puzzu” di Tricase. La povertà in quelle case, in quelle corti, in quelle strade c’era da secoli ma il degrado arrivò il 4 ottobre del 1964 quando “mesciu Lia” nel preparare i suoi fuochi d’artificio fece esplodere la sua casa e purtroppo anche sua moglie e sua nipote. Tredici famiglie furono costrette a lasciare le loro case, crollate o pericolanti, senza alcuna assistenza, andarono ramengo per parenti e amici. Il Comune diede loro 15.000 lire (uno stipendio era all’epoca di circa 50.000 lire) e poi niente più, neanche la speranza. Gente povera, anziani e malati, dimenticati da tutti, alla faccia della democristianità. Le macerie avevano prima occupato anche la sede stradale, poi erano rimaste intoccate per quasi quindici anni, durante i quali topi e vipere presero il posto dei residenti che preferirono emigrare o scappare in periferia piuttosto che vivere senza acqua e fogna, senza alcuna prospettiva di un rapido risanamento.  Quando misero su quel grande cartello, proprio dove c’era la casa che era saltata in aria, sembrava l’inizio di una nuova vita per il dissestato centro storico di Tricase. Furono in effetti rimosse le macerie e poi senza una spiegazione plausibile i lavori si fermarono di nuovo. E sono rimasti fermi per altri quarant’anni, nonostante una decina di nuove Amministrazioni, di tanti comizi e programmi elettorali tutti centrati sul rilancio di una zona che sempre più veniva definita degradata.

Nel 1964 un misero contributo, la perdita della casa, la fine della vita rionale, nel 1978 l’appalto dei lavori e poi infine segnali di fumo nel 2016. Perché in quell’anno il GAL, un ente che lavora con i finanziamenti europei, immagina una struttura per la promozione e la vendita di prodotti delle aziende locali dell’agroalimentare. Il Comune dà il suo benestare e il suo supporto, sistemando la piazzetta dove insistevano le case crollate, ma il risultato è in linea con la storia degli ultimi 50 anni: un disastro. Invece di prendere magari anche un affitto una delle tante case dismesse, viene impiantata una struttura in plastica (o simil tale, forse cartone pressato o polistirolo espanso) che dà un ulteriore immagine di degrado. La struttura che deve promozionare la bontà dei prodotti locali è un container senza anima e senza amore, una delle tante cose fatte perché c’è un finanziamento, perché bisogna pur dire di aver fatto qualcosa negli ultimi 40 anni. E dove si può piazzare se non in una zona di per sé senza alcuna pretesa, nascosta e dimenticata? Ora è davvero arrivato il momento che qualcuno si preoccupi di fare un progetto complessivo, di coinvolgere i proprietari delle case, i pochi residenti, gli enti che forniscono servizi come Enel, AQP e altri, qualche bravo architetto, anche qualche bravo sociologo. Ora bisogna tentare di riannodare i fili della storia, anche se dolorosa, come quella delle tredici famiglie abbandonate già nel 1964 (e alcuni di loro finirono la loro vita in manicomio), anche quella dei tanti emigranti, dei tanti dispersi nelle zone 167 di tutto il mondo. Perché nel 2018 succederanno tante cose e io avrò sessant’ anni.

il Volantino

Alfredo De Giuseppe

 

Stampa