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La mia colonna del 11 Novembre 2017

Verso la fine degli anni sessanta, Tricase sembrava volersi dotare di una specie di cittadella dello sport. Considerato il successo che stava riscuotendo la locale squadra di calcio, fondata nel 1964, con continue scalate di categoria e l’inadeguatezza del campo di via Matine, il cui limite del calcio d’angolo era a 50 cm dal muro di cinta, fu pensato fra Tutino e Lucugnano un nuovo campo di calcio con annessa pista di atletica. Si sentiva sempre di più l’esigenza di un Palazzetto dello Sport: iniziavano nuovi movimenti come Pallavolo e Pallacanestro, da sempre alla ricerca di una sede adeguata. Poi si pensò ad una piscina che avesse più scopi: ludico, sanitario e se possibile sportivo. Ogni volta si individuava la stessa zona di territorio comunale e sembrava che Tricase, almeno nello sport potesse avere una sua logica e una sua praticità. Però dimentichiamo che Tricase non aveva e non ha ancora un suo Piano regolatore, così che quella zona era vagamente dedicata allo Sport ma non era scritto da nessuna parte. E infatti in pochi anni nella medesima area (ma proprio a dieci metri di distanza) furono costruite case a ciglio strada e ville stile belga ma soprattutto scuole che divennero poi uffici sanitari che poi divennero veterinari, per un periodo Pretura e poi di nuovo scuola. Tanto per confermare la bontà programmatica di una classe politica sprecona e cieca. Tanto poco lungimirante che appena 500 mt dopo fu costruito il campo sportivo di Lucugnano, bene esclusivo per i residenti della frazione, così ad abundantiam. Dagli anni ottanta in poi sono state progettate in quel comparto caserme delle molteplici Armi e varie Cittadelle della salute.

Tutte cose dal respiro corto, progettate male, costruite nel peggior stile architettonico (perché qui se le cose nuove non son brutte non sembrano nuove) e infine abbandonate, sottoutilizzate, mai completate o peggio ancora inutili per qualsiasi fantasioso utilizzo. Il primo palazzetto dello sport fu costruito fino alle colonne in cemento che dovevano sorreggere il tetto. Poi la ditta fallì e come succede sempre in Italia, senza motivi davvero probanti, l’opera rimase monumento incompleto. Dopo una quindicina d’anni, tanto erano inestricabili le vie del recupero del manufatto che si pensò bene di costruirgli affianco un altro Palazzetto, ad esclusivo uso della pallavolo (che, pur nella sua bruttezza, per fortuna funziona ancora). Lì vicino fu poi costruita anche la piscina, ma l’area nel suo complesso appare ancora oggi incompleta, abbandonata, priva di servizi, di strade e di immagine degni di questo nome. Ci sarebbero dei sistemi per recuperare al meglio la situazione: progettazione strade e parcheggi comuni e che abbiano la corretta logica del deflusso; una leggera ristrutturazione del vecchio Palazzetto che non preveda la copertura ma la semplice utilizzazione esterna per pallacanestro e allenamenti vari e che possa essere utile anche per manifestazioni di vario tipo, concerti soprattutto. Per fare questo ci vuole davvero poco: la progettazione complessiva, la compartecipazione di Associazioni sportive, il ricorso al credito agevolato, una visione funzionale e futuristica. Anche prima del PUG che verrà (forse). Perché è arrivato il momento, in tutto il Sud, di demolire qualche opera inutile e concentrare le risorse su situazioni che abbiano un senso compiuto per i prossimi decenni, che non facciano sempre male agli occhi e al cuore.

il Volantino

Alfredo De Giuseppe

 

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