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La mia colonna del 28 Ottobre 2017

Poi su ottobre, sull’autunno boreale, su di noi, piomba l’ora solare come un ulteriore castigo dell’universo, con il crepuscolo che ti assale già nel primo pomeriggio, quando tutto pare svuotarsi. Anche se il cielo non è plumbeo (come la letteratura vorrebbe), la sera è umida, la strada è deserta. Il paese si desertifica della sua vivacità estiva, in piazza non ci sono più i bambini che gridano e corrono, non ci sono le sedie delle pizzerie, non c’è l’area pedonale perché in effetti non ci sono i pedoni e neanche le auto. Soprattutto mancano i nostri giovani: studiano altrove, lavorano all’estero, si sposano in città. I paesi del sud e del nord, di mare e di collina, vivacchiano d’estate poi in autunno diventano sostanza e nutrimento per le grandi città, le aree metropolitane, dove nei centri storici ci sono tutte le cose per lavorare e giocare e in periferia per dormire e litigare.

Fino a settembre era sembrato che tutto potesse ancora continuare, pur nella sua lentezza, poi ottobre toglie ogni illusione, ci riporta alla nostra realtà, fatta di cose piccole, di visi ormai noti e forse reciprocamente stanchi. Le case di campagna che avevano offerto cene e finte allegrie sono chiuse, con un grande lucchetto, il gioco è finito, la campagna è solo un’espediente, per pochissimi una vocazione. Vicino all’edicola resiste fino alle otto di sera un crocicchio che litiga sul calcio e ora anche sulla moviola in campo. L’erba bagnata sconsiglia passeggiate fuori pista, mentre le buche delle strade sembrano piene d’acqua anche quando non piove. Sono più freddi della temperatura ambiente i bar e i ristoranti. I negozi sono di nuovo vuoti, portandosi via per l’ennesima volta l’illusione di quei pochi giorni di confusione, di euforia mista a stanchezza. L’imprenditore, che uomo triste è diventato. Il mare comincia ad avere un colore meno lucente, sente la stanchezza, fra un poco si arrabbierà davvero e le onde laveranno gli spuntoni più arditi. Nell’attesa alcuni eroi dello smartphone postano foto di tuffi autunnali, a dimostrazione di una supposta superiorità edonistica dell’uomo bianco.

In solitudine, dentro la sicurezza della tua vecchia auto, vai verso mete certe, senza sorprese, con l’occhio vigile su infinitesime novità che non arrivano mai, o forse in tale ritardo da sembrare echi di bombe scoppiate altrove. Se la sera cerchi una persona con la quale scambiare un’opinione, vedi altre solitudini dietro un bicchiere di vino o forse di birra, condite di quasi niente, perché non si può sprecare il tempo e il denaro per cose diverse dall’alcol. Il loro è un rifugio umano, mai sconquassato da frustrazioni esposte al pubblico ludibrio, si beve per non dar conto a poeti, scrittori, politici e poliziotti. C’è il calcio in tv, gli altri sport quasi spariti, bisogna correre a casa, forse c’è anche un buon film, nascosto dietro uno dei mille canali. Oppure c’è una tastiera che da sola, nella notte più oscura, pare battere parole intruse, messe una dietro l’altro secondo uno schema azteco. E poi invece ascolti distrattamente di stragi, guerre, divisioni, secessioni, egoismi di vario genere, di leggi sempre un passo dietro la realtà, di cose da fare mai fatte, di scelte mai veramente condivise.

A ottobre, forse in questo ottobre, devi proprio trovare grandi risorse filosofiche per accettare l’isola che c’è intorno a te, e che poi è dentro di te. Risorse che a volte paiono figlie di uno sforzo inutile, l’emblema di una vita sprecata a rincorrere quel qualcosa che nessuno sa cos’è. Rimane, resiste una canzone triste e allegra, a far da controcanto alla tua endemica confusione.

il Volantino

Alfredo De Giuseppe

 

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