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Una nazione che inventa sempre (ed esporta)

Da sempre l’Italia inventa cose importanti, introdotte man mano nel costume mondiale. Anche dopo l’Impero Romano. Dopo il Codice Civile e il reggiseno, abbiamo inventato il pentagramma musicale e tutto il linguaggio che ne deriva, fino all’opera e al teatro dell’arte. Abbiamo rivoluzionato molte credenze, nonostante l’oppressiva presenza della Chiesa, vedi Galileo e altri scienziati. Abbiamo creato le più belle opere artistiche, ammirate e copiate in tutto il mondo. Abbiamo generato centinaia di geni, molti di più di qualsiasi altro Paese, nel campo dell’architettura, della pittura, della musica, della letteratura.

Arriviamo qualche anno prima degli altri su invenzioni destinate a cambiare la vita degli uomini: abbiamo inventato il telefono, il telegrafo e la radio oltre ai microchip. La Olivetti stava sviluppando i Personal Computer ben prima della Apple. Per quanto oggi possa sembrare strano abbiamo inventato noi la Pila elettrica e il motore a scoppio. Insomma abbiamo un DNA anticipatore e infatti non ne manchiamo una.

La mafia, intesa come organizzazione stabile, tesa a contrapporsi ad uno Stato di diritto, è un’invenzione italiana. Subito esportata in un’altra nazione non appena i nostri concittadini superavano le poche decine. Abbiamo il copyright mondiale, come certificato da centinaia di film americani dove massacratori, ricattatori e spacciatori appaiono tutti come di origine italiana. Intere regioni del Sud Italia sono in realtà, oggi come ieri, in mano a bande organizzate che controllano con una certa facilità tutte le attività, soprattutto quelle legate alla pubblica amministrazione.

Abbiamo inventato noi il fascismo, quel misto di populismo opportunista e sovranismo autoritario, all’interno di masse popolari sempre più tese ad informarsi e quindi più soggette agli effetti della propaganda organizzata dal Governo. L’abbiamo creato così bene che Hitler pensò di copiarlo alla grande e di migliorarlo. Impiegò ben 11 anni prima che riuscisse nell’impresa. Il suo idolo era Mussolini, l’uomo a cui si era ispirato: lo ricordava sempre, almeno fino al 1943, quando poi cominciò ad utilizzarlo come una marionetta.

Nel 1993 abbiamo portato al governo Silvio Berlusconi, l’uomo più ricco del Paese e con il conflitto d’interesse più grande, essendo il proprietario incontrastato di tre reti televisive, all’epoca le uniche visibili su tutto il territorio nazionale, oltre alla Rai. Con lui abbiamo assistito a varie fasi, poi esportate in molte nazioni: sdoganamento di un partito dichiaratamente secessionista come la Lega e di uno palesemente erede dei fascisti come AN; scontro diretto e feroce con i giudici che intendevano indagare su di lui; personalizzazione estrema del confronto politico con il suo nome (e il suo corpo) sempre in primo piano; la propaganda di regime pronta a far digerire al popolo qualsiasi enorme cazzata; la vita privata come un gossip, compreso modelle, nipoti di Mubarak e cene eleganti. Siamo stati i primi in un Paese occidentale, a permettere che la Democrazia fosse inquinata così, trovandoci tutti impreparati, deboli, un po’ supini. Questo modello, venuto su spontaneamente in Italia, è piaciuto subito tantissimo ad un sacco di gente, soprattutto ai ricconi di molti Paesi in via di sviluppo, dalla Thailandia all’Azerbaijan. Insomma il modello Berlusconi lo abbiamo inventato noi. Anche gli Americani ci hanno recentemente copiato: Trump è la conseguenza moltiplicata di quel modello, un po’ vacuo un po’ trash.

E infine nel 2018 abbiamo rotto gli argini. Per primi in Europa, primi nelle democrazie occidentali rivenienti dall’Illuminismo e dal pensiero liberale, abbiamo portato al Governo un partito sovranista di estrema destra e un partito populista dalle proposte semplificate, quindi infantili, quindi irrealizzabili. Nemico comune, l’Europa. Nemico intermittente, la stampa. Nemico apparente, il partito della sinistra. Ancora una volta abbiamo dimostrato al mondo intero che si può fare. Si può ignorare la Costituzione nei suoi principi base, si può discriminare l’uomo per legge, si possono ignorare patti internazionali e leggi economiche: il tutto in nome di un popolo plaudente, annichilito dalla propaganda, stavolta smistata da milioni di utenti della rete onnivora. Noi italiani, inventori e poeti. Pensate un po’: Leonardo da Vinci e Danilo Toninelli sono sulla stessa barca a parlare di ponti e viadotti, decantando insieme le lodi del genio italico.

Pubblicato su 39° Parallelo - Dicembre 2018

Alfredo De Giuseppe

 

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