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Il tesoro della Grotta dei Cervi

Lo scorso 29 settembre nell’ambito del “Festival del paesaggio” organizzato nel castello di Corigliano d’Otranto, ho potuto apprezzare il lavoro fotografico di Leonello Bertolucci sulla Grotta dei Cervi di Porto Badisco. Non vi nascondo che non potendo entrare nella Grotta per ovvi motivi oggettivi (il microclima che preserva la grotta non può essere inquinato da continue presenze esterne) e soggettivi (peso forma dimenticato nelle fotografie), ho da sempre una particolare curiosità per questo monumento del Neolitico. Già nel 1980 lessi il libro di Paolo Graziosi, Le pitture preistoriche della grotta di Porto Badisco e da allora tutte le pubblicazioni più o meno interessanti che ho trovato, compresa quella del primo fotografo Pino Salamina di Nardò (scomparso nel 2017), aggregato ai cinque scopritori due giorni dopo quel fatidico 1 febbraio 1970.

La Grotta dei Cervi è un unicum mondiale, contiene oltre 3.000 pittogrammi, creati quasi tutti col guano di pipistrello, presente in abbondanza nella stessa grotta. In definitiva è un mistero non risolto e quindi un monumento all’umanità, alla sua crescita, alla sua curiosità, alla sua astrattezza, alla sua indeterminatezza. I disegni preistorici non codificati e mai più riprodotti in altri siti, fanno sorgere domande inquietanti. Cos’era questo luogo? Un tempio, un ritrovo di capi tribù o di cacciatori, il luogo delle iniziazioni maschili, il nascondiglio dei primi artisti, addirittura il tentativo di interpretare l’universo e le sue costellazioni? Non sappiamo nulla e questo è il fascino di Badisco. Tempo fa parlai con uno degli appassionati che entrò nella grotta subito dopo la scoperta avvenuta nel 1970 e mi disse queste testuali parole: sono rimasto affascinato da quelle immagini, anzi di più, ho interpretato il me stesso salentino in un altro modo dopo essere stato in contatto con quei disegni, sognando spesso l’uomo che li dipingeva. In effetti quel misto inesplicabile di figure ancestrali ci fa intuire una serie di cose, ci fa dire che qui è nata la cultura artistica occidentale, che qui si è formato 6-7000 o forse 10.000 anni fa quel coacervo di genti provenienti da ogni est del mondo. Le genti, gli scopritori, i viandanti in cerca della sopravvivenza, che poi sono andati a formare l’Europa.

Un tempio sotterraneo, oscuro e misterioso che non potrebbe essere paragonato a nessun altro, forse figlio di una civiltà scomparsa o magari semplice laboratorio di una sola famiglia che aveva trovato rifugio e misticismo. La Grotta dei Cervi è forse la scoperta più sensazionale degli ultimi 100 anni in termini quantitativi e qualitativi intorno all’uomo preistorico, anche se ci dice poco su usi e costumi dell’epoca. Solo poche scene di caccia e il resto un effluvio di immagini bellissime, fantastiche nel senso di poetico e ludico, dove la fantasia appare l’unico motore propulsivo. La bellezza principale sta forse proprio in questo suo mistero, in questa libertà interpretativa di ogni singola immagine, un lavoro di dissimulazione che anche a pianificarlo in ogni dettaglio non sarebbe riuscito in modo così perfetto. Ne sappiamo poco e forse chi disegnava voleva proprio questo: non mettere in piazza i suoi più intimi sentimenti di paura e di curiosità.

Insomma, nel Salento, nel sud Italia, c’è uno dei capolavori assoluti dell’umanità. Eppure è misconosciuto ai più, come una cantina di vecchie cose da non buttare ma da non utilizzare, quasi inservibile nella sua difficoltà gestionale. Però non mi arrendo: vorrei regalare ai valorosi politici una riflessione filosofica, in realtà una proposta concreta.

In Francia le notissime Grotte di Lascaux avevano lo stesso problema di Badisco: le massicce visite turistiche distruggevano i disegni preistorici con l’immissione di batteri, muffe e alterazioni di vario tipo (perché noi umani abbiamo questo problema: siamo nati per distruggere). A quel punto, nel 1983, si decide di creare Lascaux 2, una replica della grande sala dei tori e della galleria dipinta, situata a circa 200 metri dalle grotte originali. Ecco l’imponente monumento preistorico definito Grotta dei Cervi avrebbe bisogno proprio di un’idea del genere: una riproduzione a dimensione naturale del percorso, dei pittogrammi, delle rocce e delle sensazioni. Una cosa da realizzare nelle vicinanze della Grotta stessa, previa un’idea infrastrutturale imponente, compreso alberghi e musei. Auto da parcheggiare a distanza, sul costone posto a monte di Badisco, raggiungibile magari con una teleferica e con soli mezzi pubblici elettrici. Un sito da far studiare e progettare ai migliori tecnici mondiali. Un posto così attraente nella sua dimensione universale che potrebbe richiamare migliaia, forse milioni di turisti all’anno, se consideriamo che la riproduzione di Lascaux ha un incredibile numero di visitatori all’anno.

Un progetto complesso, da studiare in ogni particolare, un fondamentale volano economico per chi decide di non affidare alle sole spiagge le fortune di un territorio. Un’operazione che non può essere affidata al Comune di Otranto o alla Provincia di Lecce. Se ci fosse un vero Ministero del Sud, un dicastero che non dedicasse tante energie all’assistenzialismo e alle sterili polemiche su chi ha iniziato prima a rubare, questa potrebbe diventare in pochi anni una formidabile e virtuosa idea di sviluppo sostenibile. Un Sud che finalmente progetti, che non pianga su sé stesso, che non guardi all’indietro, ma che sappia valorizzare il suo patrimonio storico conservando identità e ricchezza. Proiettandosi su progetti innovativi, realizzati con le nuove tecniche messe a disposizione dalla scienza, affidandosi alle nuove risorse umane costrette altrimenti ad emigrare in ogni dove. Non più Enti statali pronti a lanciare denaro in ogni direzione, una lenta pioggerellina elettoralmente ripagante, un denaro vissuto con la banale quotidianità del pressapochismo… Ah, se ci fosse un Ministero per il Sud…

39° Parallelo - Numero di Ottobre 2018

foto di Leonello Bertolucci

Alfredo De Giuseppe

 

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