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Lavorando su un nuovo capo di Leuca

Avendo io raggiunto all’incirca la stessa età di De Gasperi quando formò il primo governo repubblicano, di Galileo quando difese le sue teorie astronomiche davanti al Sant’Uffizio e di Hemingway quando si sparò una fucilata in bocca, mi devo chiedere cosa vorrò fare da grande. Posso escludere il Primo Ministro per evidenti deficienze politiche, lo scienziato per consolidate carenze matematiche e il suicida per non aver mai usato armi da fuoco. Rimangono alcune cose, quasi tutte illusorie, diminuite nella loro portata immaginifica dopo decenni di fatiche, involuzioni, implosioni, ritardi e fallimenti. Ma l’ottimismo è l’unico modo per resistere, anche di fronte al minimalismo storico.

Una delle cose che più mi coinvolge in questo periodo è immaginare, leggere, scrivere, lavorare per dare un senso alla terra in cui sono nato, a questo imbuto tra due mari che per comodità chiamiamo Capo di Leuca. Qui c’è da creare una cultura diffusa, possibilmente popolare, che preveda la nascita di una macro-zona del Capo. Questo lembo di terra dovrà lavorare, attraverso i suoi organi istituzionali, le associazioni, i suoi residenti, alla nascita di un Orgoglio Territoriale che da sempre risulta latitante. Abbiamo tutte le caratteristiche per diventare come Le Cinque Terre in Liguria o come l’Argentario in Toscana, dove la sintesi fra ambiente e uomo porta ricchezza e cultura. Ma il Capo di Leuca può fare di più e meglio!

Per cominciare dovrebbe partire un’iniziativa visionaria (ma seria) di una decina di Sindaci, rappresentanti dei Comuni di quella linea immaginaria che da Montesano raggiunge i due mari di Castro e Pescoluse. Queste Amministrazioni dovrebbero condividere un progetto comune che preveda delle cose semplici, (ma al contempo complesse nell’iniziale condivisione con i propri elettori): stop a mega opere tipo nuove strade dopo Montesano; vero rafforzamento delle ferrovie Sud-Est; smantellamento e conseguente accorpamento di alcune zone artigianali-industriali; valorizzazione dei sentieri, delle bellezze naturarli, di ogni singolo muretto a secco (da censire, datare e manutenere); riscoperta di monumenti, antiche dimore, masserie, grotte e sottosuolo; conoscenza più diffusa dell’enorme bio-diversità presente in questa parte finale d’Italia; estrema attenzione alle discariche a mare e alle case prive di fogna; una politica delle isole pedonali, dei parcheggi e dei trasporti moderna, innovativa che preveda delle soluzioni stringenti e rigide; incentivare l’uso dei mezzi pubblici e nelle marine arrivarci solo con mezzi silenziosi e non inquinanti; ridurre in tutti i locali l’uso delle bottiglie e dei bicchieri di plastica e degli inquinanti in genere. E poi cominciare a risistemare le periferie e le degradate, ma ipotetiche, zone produttive: se prendiamo ad esempio l’ingresso di Alessano c’è da chiedersi chi abbia immaginato (o agevolato) nella zona Matine lo scempio che pervade lo sguardo in ogni dove; ma c’è da chiedersi, ancora di più, se qualcuno se ne sia accorto e stia tentando di porvi rimedio. C’è in qualche programma elettorale l’ipotesi di abbattere le cose più brutte e illegali, di risistemare quelle esistenti, di proiettare anche Alessano verso la bellezza che le compete? Vogliamo smettere di pensare che la bellezza si debba racchiudere solo nel centro storico? Nel mondo, perfino in Albania, la rigenerazione urbana è partita dalle periferie, perché anche l’inserimento di elementi di Arte Moderna può creare movimento, vivacità, curiosità e quindi benessere civile e mentale. L’arte, per nostra fortuna, non si è fermata al Rinascimento.

Insomma, immagino un Capo di Leuca che si rigeneri nella sua bellezza intrinseca, che diventi immediatamente riconoscibile, con alcuni suoi fattori tipicizzati, anche all’interno del variegato mondo del Salento. Idee nuove, progetti lungimiranti, abbattimenti e conservazioni, inter connettività e superamento del campanilismo deleterio, salvaguardando invece le singole peculiarità, vera ricchezza dell’Italia dei Comuni.

Un certo ottimismo mi sovviene da alcuni fattori. Non certo da una classe politica che, inseguendo di continuo le emergenze e le emotività contingenti, non riesce a programmare con la dovuta onestà intellettuale le città del futuro. Mi sembra invece che, un po’ a causa della crisi, un po’ per convinta scelta di vita, si stia facendo breccia fra le nuove generazioni (la parte più attenta di esse) la voglia di addentrarsi in questo cammino, anche dal punto di vista imprenditoriale. Ragazzi che prendono in affitto una bella masseria e ne fanno luogo d’incontro e di musica, altri che si cimentano con coltivazioni agricole sempre più sofisticate, guide turistiche che cambiano strategie comunicative (non più solo mare), giovani che aprono attività col minore impatto ambientale possibile. Un ottimismo che riaffiora ogni mattina aprendo lo sguardo sulle necessità del mondo che verrà e che potrà rimanere bello solo se ci sarà piena consapevolezza delle problematiche generate da sovraffollamento e sovrapproduzione.

C’è di che lavorare, forse di più fantasticare, ma io, piccola molecola dell’universo, per caso nato in una terra emersa a forma di tacco, mi ritaglio la mia bella fetta di foglio e, intanto, inizio a scrivere.  

NUMEROUNO - Luglio 2018

Alfredo De Giuseppe

 

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