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Il senso della festa

Noi laici, un po’ miscredenti, un po’ lontani dalle cose della Chiesa, siamo un po’ ignoranti. Non ricordavamo, forse non abbiamo mai saputo, che La domenica in albis significa letteralmente in Bianche (vesti). Infatti ai primi tempi della Chiesa, il battesimo era amministrato durante la notte di Pasqua, e i battezzandi indossavano una tunica bianca che portavano poi per tutta la settimana successiva, fino alla prima domenica dopo Pasqua, detta perciò "domenica in cui si depongono le vesti bianche" (in albis depositis o deponendis). Su questa festa, divenuta poi con il Concilio Vaticano II semplicemente la Seconda Domenica di Pasqua, si è innestata la Festa della Madonne delle Grazie. Tale nome e tale festa forse risalgono al tardo Medioevo, quando Dante, un altro laico come noi, nel Paradiso, fa dedicare alla Madonna questi versi:

« Donna, se' tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre,

sua disïanza vuol volar sanz'ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fïate

liberamente al dimandar precorre. »

Colmate le evidenti deficienze cognitive, in noi sovvengono poche grazie e molte feste. Noi ragazzi che nel tardo medioevo novecentesco aspettavamo la banda appena arrivata in paese con una corriera celeste e tonda, la precedevamo per fargli strada, con evidente passo saltellante, mentre il villaggio si ridestava e sembrava quasi meravigliarsi di tanta rumorosa gioia. Era il sabato mattina, il contadino stava completando le sue ultime mansioni, sua moglie si affacciava sulla soglia di casa, ma con aria di sufficienza, i capelli ancora in disordine, il grembiule sporco. Gli impiegati statali andavano a lavorare come sempre, perdendosi così la prima allegria, quella che vale il costo del biglietto. Era una piccola rivincita degli avventori dell’osteria, disoccupati o semi-occupati, che riuscivano a seguire con la giusta dimensione quella festa che iniziava con un giro dei musicanti, con le marcette dentro le stradine, le corti e le nicchie più nascoste, nel silenzio di una mattina solare, con poche auto e la chiesa ancora chiusa. Il capobanda tentava disperatamente di accorciare quel giro che gli doveva sembrare inutile e un po’ deprimente, ma la Commissione non derogava dal contratto: era previsto il giro mattutino e lo si doveva completare. A beneficio totale di pochi ragazzi con i pantaloni corti, pochi uomini con antichi occhiali da sole e poche donne in cerca di luce. La festa era (forse è) tutto uno stato d’animo, un’attesa di cose e persone, non una catarsi collettiva, neanche una condivisione totale: una semplice percezione del lento scorrere del divenire, prima pieno di ansia, poi pieno di gioia e infine di mestizia.

L’ansia dell’arrivo delle baracche, controllare quanto costa un pallone di vibra o un cappellino alla moda, contare i soldi che hai in tasca e capire che devi scegliere fra i dolci e i giocattoli. La gioia di vedere le luminarie che all’improvviso si illuminano, e i vecchi che stanno lì a contare il numero delle lampadine, mentre i fuochi d’artificio stanno per decollare con un sibilo violento, sempre più violento, fino a diventare musica, senza limite di continuità e luce: l’apoteosi della Commissione, con il Presidente portato in trionfo a mangiare gli ultimi pezzetti al sugo e bere l’ultimo vino misto a gassosa. E poi la mestizia del lunedì, che diviene all’improvviso un giorno normale, un lunedì con i compiti, le interrogazioni, la posta, la banca e le fave da sarchiare. Un lunedì senza senso, ci sarebbe da dire. Perché per noi laici la festa continua ad avere un senso, che è quello di ricercare un senso, anche quando sai che in fondo un senso non ce l’ha.

Giornalino "Comitato festeggiamenti Tutino di Tricase" – Aprile 2018

Alfredo De Giuseppe

 

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