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Per amor di patria, di verità e di coerenza

Vorrei essere coerente. Nel 2013 non capii, e in questi anni spesso gliel’ho ricordato, la scelta del M5S di non andare al governo insieme a Bersani. Grillo disse un no secco e sprezzante, rinchiuse i suoi sperduti deputati in vari conclavi segreti e decise che non era il caso di fare alcun accordo con il PD perché questa forza era coinvolta nelle porcherie degli ultimi decenni che avevano portato il Paese in uno stato pietoso. Non aveva un senso politico quella scelta: in sostanza con quella posizione il M5S metteva sullo stesso piano Bersani e Berlusconi, che in realtà erano (e sono) due persone diversissime e soprattutto avevano due elettorati alternativi. Non formare un governo insieme significava rinunciare alle istanze di milioni di elettori e inevitabilmente buttare il PD nelle braccia di Forza Italia, la quale, come sempre, vuole (e deve) stare sul ponte del comando. Con il Porcellum non era più possibile votare e quindi l’accordo PD-FI era l’unica alternativa. Bersani, coerentemente, non volle guidare quella coalizione e passò la mano a Letta. Si rifecero le primarie del PD e Renzi vinse facilmente sul Bersani bastonato, resistendo solo pochi mesi prima di buttare giù il buon Enrico per diventare sfrontatamente primo ministro. La sua prima mossa da premier fu di convocare il grande Silvio nazionale e di fare con lui un patto di ferro per le riforme, definito il patto del Nazareno. Mi fermo un attimo qui: tutto questo non sarebbe successo se M5S avesse tentato un qualsiasi accordo con Bersani.

Cosa poteva succedere invece nel 2013 con un accordo PD - 5Stelle? Anche se la Storia non si fa con i se, proviamo a fare qualche ipotesi. Ad esempio un governo più serio e coeso in grado di produrre le cinque cose fondamentali per portare il Paese fuori dalle secche, sia economiche, istituzionali, ma anche culturali: 1) una legge elettorale pensata bene e nell’interesse di tutti (probabilmente quella in essere nei Comuni sopra i 15.000 abitanti); 2) la riforma della Bossi-Fini; 3) una riforma costituzionale ben scritta con l’abolizione del Senato e una revisione delle competenze regionali, ora troppo estese, compreso l’eliminazione di quelle  a statuto speciale; 3) una serie di leggi civili, ad iniziare dallo ius-soli; 4) una seria riforma del lavoro e delle sue dinamiche strutturali (altro che 80 € a pioggia); 5) l’introduzione nella pubblica amministrazione della vera innovazione tecnologica, ad iniziare dalle scuole.

In definitiva con quel NO, oltre all’arrivo di Renzi e del suo giglio magico, abbiamo perso ben cinque anni. Quello che doveva essere la fine del berlusconismo è diventato il lungo tramonto di un sistema che ha incancrenito ancora di più coesione sociale e possibilità di sviluppo, con il Berlusca, ancora saldamente alla regia, e il suo estremista Salvini pronto a scaricare batoste. In definitiva cinque anni terribili, basati su un atteggiamento sempre più radicale dei 5S senza però il necessario decisionismo dei suoi uomini, ancora legati agli umori della piattaforma Rousseau del duo Casaleggio-Grillo e il PD vittima di un sistema di potere alquanto discutibile basato sulla fedeltà totale al leader e non sulle idee. E alla fine il PD, stretto nella morsa berlusconiana (Verdini+Alfano) non poteva che fare mezze riforme, spacciate spesso per grandi innovazioni.

Ho spesso scritto su quel NO immotivato (valga per esempio “Le nostre occasioni perse” - 39° Parallelo-luglio 2015), decretato senza pensare al bene del Paese, ma solo ad una vendetta privata e masochistica, che poteva avere un solo risultato: la spaccatura di una Nazione già di per sé divisa e incapace di crescere. Non era quello il compito di un movimento nato per dare un segnale di cambiamento. Ora la situazione è capovolta: il M5S ha bisogno dei voti del PD per governare, per scongiurare quel disastro annunciato chiamato BE-SA-ME. E siccome vorrei essere coerente dico agli uomini e alle donne del PD: fate il governo con i pentastellati; fate le poche cose importanti che potete fare nell’arco di 18-24 mesi, fra cui una nuova e decente legge elettorale (magari identica a quella dei Comuni superiori a 15.000 abitanti) e poi si torni a votare e sia dia spazio ad una vera democrazia. Questo dovrebbe essere la primaria preoccupazione di una qualsiasi forza che ami per intero il proprio Paese e che lo voglia vedere finalmente fiorire e divenire l’orgoglio dei propri cittadini. Continuare a spargere odio su tutti non ha senso, basta con le cazzate e con il qualunquismo, qualcuno lo dica e cominciamo davvero a cambiare.

Giornale di Puglia - 12 Marzo 2018

Alfredo De Giuseppe

 

 

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