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La democrazia non esiste?

A circa un mese dalle elezioni politiche 2018, proviamo a fare un po’ di chiarezza. Anche perché la scelta certo non manca, mentre la chiarezza è cosa rara. La nuova legge elettorale, il Rosatellum, ha riaperto la porta alle fantasie più sfrenate in termini di nuove liste, movimenti e partitini, per cui potremmo anche scegliere fra “Il Partito delle Buone Maniere” e il “SMS – Stato Moderno Solidale” oppure tra “W la Fisica” e “Recupero Maltolto” e altri decine di simboli che a dir demenziali è poco. Ma al contrario di molti, io penso che la nuova legge non sia demenziale, almeno non nel senso di follia, perché credo fermamente che sia stata a lungo studiata e a lungo valutata. Da chi? Dalle due persone che in questi ultimi anni hanno fatto tutte le cosiddette riforme: Renzi e Berlusconi. Quella cosa discutibile e italianissima che Andrea Scanzi ha declinato in “Renzusconi” (libro + spettacolo teatrale).  

Appena Renzi mandò a casa, in modo poco elegante, Enrico Letta, il suo primo passo fu esplicativo: chiamò il Silvio nazionale, ancora ai servizi sociali per una condanna definitiva, e gli disse: dobbiamo fare insieme le riforme, dammi una mano e io sarò sempre vicino, a te, e naturalmente alle tue aziende. Era il gennaio 2014: così nasceva il Patto del Nazareno, il mostruoso accordo tra un anziano ricco e potente, da sempre contiguo alla peggiore politica (ben prima del 1994) e un ragazzetto presuntuoso, egocentrico che sembrava moderno perché viveva dentro i social network. In questi quattro anni, sotto variegate forme collaborative (alfaniani, lupiani, ciellini, verdiniani, casini e vari), sono nate decine di “riforme”, quasi tutte incostituzionali, quasi tutte con uno sguardo obtorto, incanalate verso un binario morto. Ha provato con una riforma della Costituzione, di cui pure c’era bisogno, senza ascoltare nessuno se non gli amici di Arcore. Ha provato con una riforma del lavoro che non ha prodotto nulla di serio e duraturo. Ha provato con due, tre, forse quattro leggi elettorali per poi approdare a questo capolavoro finale. L’unica cosa riuscita benissimo a Renzi è salvare il Berlusca, ridargli agibilità politica e a 82 anni resuscitarlo come “padre della patria”.

Questa legge elettorale, complicata appositamente al fine di non far vincere nessuno, e di favorire, dopo il voto, innaturali grandi coalizioni, è stata immediatamente accettata con favore dalle élite di tutti i partiti. Al di là dei finti mugugni, essa offre un modo legale per favorire gli amici e qualche parente, presentando il tutto come consultazione democratica. Così anche il M5S ha potuto paracadutare nei collegi più sicuri degli esterni al movimento (e qualche riciclato), giocando fra l’altro non poco con i click della piattaforma Rousseau. Berlusconi ha fatto il pieno di gente alquanto chiacchierata, agnellini di ritorno e leghisti de no ‘altri, mentre Renzi ha potuto creare le premesse per un suo partito personale, litigando praticamente con tutti tranne i candidati che saranno eletti. E tutti gli altri, ad iniziare dalla Bonino a Fitto, si son ributtati a fare il proprio partitino, perché in questi casi è sempre meglio esserci, seppure con l’uno per cento: si vorrebbero differenziare ma saranno in Parlamento grazie al collegio gentilmente offerto dai grandi partiti.

Non c’è traccia di vera competizione: infatti chi è presente nell’uninominale, ha la quasi certezza di essere eletto nel proporzionale, avendo la legge consentito di essere candidato in entrambe le competizioni e in più circoscrizioni. Inoltre nel proporzionale si viene eletti in modo automatico, non potendo l’elettore scegliere il proprio candidato. Piergiorgio Odifreddi ha pubblicato in questi giorni un libro dal titolo bruciante, “La Democrazia non esiste”, che in fondo è un invito a non andare a votare: “La democrazia è una religione laica che identifica le proprie basiliche nei palazzi del potere, la curia nel governo, gli ordini nei partiti, il clero nei politici, le prediche nei comizi, le messe nelle elezioni, i fedeli negli elettori, i confessionali nelle cabine elettorali e i segni della croce nel voto. Ma, come in tutte le religioni, dietro alle colorite e folcloristiche apparenze dei riti e delle cerimonie, che distraggono e attraggono i cittadini, si nascondono le fosche e losche realtà dell’uso e dell’abuso del potere, che ammaliano e corrompono i politici”.

Il 29 gennaio, dopo la presentazione a Tricase del suo libro “L’anno del ferro e del fuoco”, ho avuto modo di approfondire questi argomenti con l’ex direttore di Repubblica, Ezio Mauro, che pur approvando gran parte di questo pensiero, di questa disconnessione dialettica e sostanziale, alla fine mi ha detto: “dobbiamo votare, e dobbiamo votare seguendo il nostro cuore, al di là dei tatticismi del momento e al di là degli uomini del momento. Forse anche al di là delle leggi del momento, bisogna farlo, per sperare che quella fiammella vada fuori dagli sconfortanti confini attuali”.

Andrò a votare, consapevole dei limiti della democrazia del terzo millennio, dove i ricchi (e i garantiti) vincono sempre, mentre i poveri (e i fessi) non possono più provare a cambiare un bel niente.

39° Parallelo – Febbraio 2018

Alfredo De Giuseppe

 

 

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