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Ondeggiando fra degrado e abbandono

La mattina mi ostino a fare colazione al bar. Un po’ per abitudine, un po’ per ricercare un minimo di socialità, per leggere velocemente il giornale, lo stesso che mi è già arrivato on-line sul mio telefonino. Mi ostino nonostante il pasticciotto obama e il flauto alle mele siano surgelati e senza sapore, nonostante sia sempre più un luogo mordi e fuggi, senza possibilità di vedere una partita a carte o a biliardo. In quei pochi minuti di colazione spero di trovare un amico con cui condividere un semplice caffè espresso, un parente col quale dirsi come si va. E invece sempre più spesso quel breve lasso di tempo, quel pit-stop fra casa e lavoro, si riempie di salviniani dell’ultim’ora, movimentisti di vari social, politologi di varia estrazione, sempre più spesso nervosi, incazzati, disillusi è forse il termine più corretto. Però la disillusione non sfocia in un abbandono totale ma in una specie di rabbia mista a derisione verso i cosiddetti buonisti.

Ormai si è buonisti per antonomasia, basta affermare che questo governo ha dimenticato i più elementari diritti della persona, i principi della Costituzione, gli accordi internazionali e i trattati europei. Perché siamo giunti a tale deriva? E dove ci porterà una tale ossessiva condivisione di un pensiero razzista e sovranista?

La genesi di una così forte adesione all’immagine dell’uomo forte, “che difende i confini nazionali” parte da lontano, forse dalle paure ancestrali di invasori asiatici o semplicemente dalla propaganda del ventennio fascista che mai è stata effettivamente dimenticata. Nel famoso bar c’è sempre chi, per chiudere una discussione insostenibile sul piano storico, dice: “la buon’anima ci vorrebbe, altroché!!”.

Alla domanda come sia potuto succedere che all’imperfetta democrazia occidentale venga preferita la dittatura di uno, la semplificazione dei pochi, il discrimine su base etnica e l’esclusione del diverso vi sono varie risposte, forse nessuna esaustiva. Escludo dall’analisi la famiglia perché in definitiva è la sommatoria di tutti i deficit italiani, il terminale drammatico di una crisi collettiva, che pare averci coinvolto, direi avvolto, a livello individuale e sociale.

La scuola è diventata una sterile passerella di nozioni e documentazioni in burocratese. Nessun professore, per quanto preparato, si può permettere di aprire discussioni sull’attualità e sui collegamenti storici. Non si insegna la geo-politica, né l’educazione civica e neanche le biografie dei grandi del Novecento, del secolo delle guerre, degli stermini, della divisione del mondo. Non si insegna a ragionare sui collegamenti esistenti fra i vari mondi e non sa ben spiegare neanche la scienza e le sue implicazioni sulla nostra esistenza. Un disastro che di riforma in riforma ha cancellato ogni briciolo di sensibilità verso lo studio dell’umanità per lasciare spazio solo a fredde valutazioni con pagelle incomprensibili, figlie della confusione. Come pensiamo di formare i giovani, le istituzioni del futuro davanti a tanta dilagante ignoranza, a tanta abissale inutilità. La scuola frenata da norme e direttive anti educazionali è il risultato di debolezze incrociate.

Il web, i social network soprattutto, hanno poi ingigantito l’ignoranza di massa che via via si è formata nel Paese negli ultimi trent’anni. Non che prima del ’90 ci fosse una grandissima cultura ma chi non aveva studiato, chi non aveva il piacere della conoscenza, chi non amava leggere e approfondire, aveva la compiacenza di non esporsi. Ora invece è tutto un pullulare di teorie assurde, cicliche, dai no-vax ai terrapiattisti, create da personaggi senza arte né parte, che però trovano sponda facile in milioni di analfabeti di ritorno, in milioni di elettori che straparlano senza avere alcuna cognizione diretta. L’economia è diventata una burletta, eppure attraverso le notizie social si può arrivare ad accettare qualsiasi assurda teoria complottista, dal signoraggio delle banche fino al disegno dei finanzieri di abbattere l’Italia.

La politica, dopo il 1989, finito il tempo della divisione del mondo in due blocchi, aveva due grandi obiettivi: l’Europa e il Mediterraneo. L’Europa era il nostro salvagente, l’abbiamo preso per un pelo quando stavamo per naufragare a metà degli anni ’90. Dovevamo lottare per uniformare in un unico modello i tanti sistemi fiscali, scolastici, sociali e istituzionali non solo monetari e invece abbiamo brigato, insieme a quasi tutti gli altri Paesi, per mantenere le nostre piccole manie nazionalistiche. Dovevamo lottare per trasformare il Mediterraneo in un mare di pace e di commerci con i paesi oltremare e invece ci siamo orientati a considerarli dei nemici della nostra ostentata ricchezza.

Dovevamo insegnare ai giovani un nuovo modo di approcciare le questioni complesse che pone la globalizzazione dei consumi e delle idee e invece sforniamo in continuazione ricette inconciliabili col buon senso, una dieta acida dove dentro c’è di tutto, da Berlusconi a Renzi, fino a Salvini e Di Maio.

Quando al bar cerco di contrastare qualcuno che inneggia al razzismo, al sovranismo, alla nostalgia di un mondo che non c’è più, c’è sempre un vecchio conoscente, con la birra in mano, con gli occhi rossi, che si avvicina e con tono rassicurante mi consiglia: Alfre’, lascia perdere…stasera fatti una bella scopata, bevi alla salute e non pensare a ‘ste cazzate” e a quel punto capisco che è arrivato il tempo di andare, di ondeggiare fra l’impegno contro il degrado e l’abbandono della mente.

 

39° Parallelo, Febbraio 2019

Alfredo De Giuseppe

 

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