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1986-01 "La felicità o il denaro?"

(Chissà perché mi viene in mente Bunùel e non Pippo Baudo che pure vedo più spesso).

Il regista spagnolo nel suo bellissimo “Dei miei sospiri estremi” scrive delle sue ultime giornate di vita, molto razionali e quindi tristissime:

“E ora di fronte a questi bicchiere di vino, medito seriamente sulla validità del successo e del denaro”.

Io invece che riflettevo solo dalle 7 alle 7,20, in bagno, e non faccio in tempo ad avere pensieri così profondi, cerco solo di non conservare il senso relativo delle cose (convinto quasi quanto De Crescenzo che solo il IV secolo a.C. non abbiamo mai scoperto molto intorno alla felicità).

Rapportare le faccende umane a domande sempre uguali permette di sorridere su domande tipo “Dove va il campionato di calcio?”, di non suicidarsi quando ti rubano l’autoradio, permette di pulirsi il naso ai semafori.

Questo è un bel modo di vivere. Poi c’è quello reale, quello delle beghe quotidiane, delle lotte per una fettina (neanche proteica) di potere.

Ed è a questo punto che bisogna fermarsi e farsi una domanda (grande e sempre uguale): “riesco a dare un senso a tutti gli sforzi quotidiani? È una maratona o uno jogging?”

Esiste un fermento a Tricase. È quello di persone di varia estrazione politica e sociale, che hanno deciso di lavorare in una maniera nuova, più vicini alla realtà economica di tutta l’Italia, forse di tutta l’Europa.

È quella che io chiamo “la piccola rivoluzione tricasina”. Un fermento, un senso degli affari abbastanza caratteristici anche nei confronti dei paesi limitrofi e di paesi storicamente più forti, tanto che da più parti Tricase è ormai considerata più vivace di Maglie, per esempio.

Questo fermento nato magari per caso, o per necessità, sta diventando sempre più interessante e non c’è settimana che non ci siano incontri per costruire alberghi o villaggi turistici, piccole industrie o supermercati.

Magari di tutto questo non se ne fa niente ma l’importante è il fermento, questa cultura del rischio che cresce, questa molla strana del “lavoro che soddisfi”.

Saranno molle individualistiche e ispirate soltanto al denaro, ma che piano piano stanno invece cambiando il costume collettivo. Nessuna promessa di felicità da vendere all’ingrosso, nessun interesse passionale per la politica (dovremmo davvero rileggerci questi presocratici), semplicemente tanta voglia di riuscire nel proprio campo, dandosi magari obiettivi sempre più grandi.

Insomma alla fine di questa corsa non c’è un messaggio preciso, forse una condizione umana più dignitosa.

Anche se Bunùel ci fa meditare ogni tanto sulla validità di tutto ciò.

 

“Nuove Opinioni” – Gennaio 1986

Alfredo De Giuseppe

 

 

 

 

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