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1981-04 "La fuga dei cervelli" - Nuove Opinioni

Un libro di Herman Hesse narra la storia di un giovane brillantissimo studente. Completamente succube del padre e dei professori, si allontana sempre più dalle gioie infantili e dalle piccole scoperte quotidiane per inseguire sogni di primati scolastici. Quando la vita si presenta nella sua crudezza, non riesce più a studiare, è costretto a lasciare il collegio santuario della cultura borghese, tornare a casa e tentare di lavorare. Ma ormai i suoi contatti sono molto labili, i suoi tentativi ridicoli e goffi. Sparisce, una sera di nebbia, lungo il fiume.

Come non pensare, ora, ai tanti studenti universitari dei nostri paesi, partiti all’assalto delle città del nord, decisi a conquistare una laurea, una vetrina, un posto al sole? La nostra cittadina dovrebbe essere continuamente sollecitata all’approfondimento da parte di persone che invece sono disperse nei meandri delle strutture universitarie.

Le domande sono tutte legittime. Le nostre scuole superiori hanno sfornato in venti anni di esistenza, oltre cento super studenti (quelli da 60/sessantesimi per intenderci) eppure non vi è traccia di loro nella politica, nei dibattiti, nelle iniziative culturali, sui giornali. Sono tutti pacifici impiegati di banca?

Dei tanti studenti che strisciavano sotto i striscioni “di rabbia”, cosa si sa? Verranno, alcuni di loro, a farci i comizi rionali quando le elezioni saranno vicine? Oppure si sentono tutti dei guerrieri stanchi, delusi dal mondo e desiderosi soltanto di una tranquilla vacanza sugli abusivismi della nostra cosa?

Per quanti di loro le uniche battaglie sono diventate la mensa universitaria, il letto e il fumo, per poi tornare fra qualche anno, a casa vincitori, in cerca di lavoro e serenità?

Quanti ancora considerano la laurea uno strumento di avanzamento e prevaricazione sociale e mai un messo insostituibile per capire la propria terra, allargare i propri orizzonti?

È una questione di impegno e fantasia, al di là della materia che si studia. Davvero la struttura è così imponente, la città così devastante, la società così brutale da inghiottire qualsiasi pensiero, da obbligare agli insulsi schematismi della moda? Anche lo andranno in giro con il registratore alla cintola e la cuffia al collo? Quanti dietro il silenzio nascondono un bieco opportunismo? E quanti si nascondono dietro il dito delle “troppe esperienze diverse”?

Queste quattro righe semiserie sono venute giù da sole, in cinque minuti ricordandomi di una discussione avuta un tempo con un amico che mi disse: “Ritornerò a Tricase quando i tempi saranno più vicini alla rivoluzione”.

Un altro avrebbe potuto dirmi: “Ritornerò per fare un sacco di soldi” ma il senso non sarebbe cambiato.

…Forse sono già dissolti nella nebbia.

 

“Nuove Opinioni” – Aprile 1981

Alfredo De Giuseppe

 

 

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